Sono belle. Sono brave. Attirano spettatori e alzano gli ascolti TV. Ma se non fossero state così sexy, avrebbero avuto successo? Ce lo spiega il filosofo Stefano Zecchi (professore di Estetica dell’Università degli Studi di Milano).

Ricorderete la giornalista Angela Buttiglione. Per venticinque anni ha condotto il telegiornale della Rai, sulla prima rete e in prima serata. Eccellente professionalità, anche se chi sta a guardare si chiede legittimamente se chi legge le notizie deve soltanto saper parlare speditamene o deve saper fare qualcos’altro. La risposta si può dare subito: i cosiddetti mezzi busti (perché l’altra metà è nascosta dalla scrivania) sono giornalisti e quindi collaborano alla formazione del telegiornale.

Chi ha memoria e anni, ricorderà che, agli inizi, gli speaker dei telegiornali erano uomini: Riccardo Paladini il 10 settembre 1952 lesse per la prima volta le notizie del telegiornale. Poi venne affiancato da Furio Caccia che trasmetteva da Milano, mentre Paladini era a Roma. Non erano giornalisti; erano stati scelti con un concorso in cui veniva premiata la voce, la presenza e la capacità de lettura senza fare papere. Bisogna arrivare al 1965 per vedere una donna condurre il telegiornale e neppure quello della sera, ma del pomeriggio.

È Bianca Maria Piccinino che in Rai era entrata fin dal 1953, diventando un personaggio noto al pubblico quando andò ad aiutare il mitico Angelo Lombardi e il suo assistente, Andalù, nella conduzione della trasmissione L’amico degli animali. Insomma, le notizie che il telegiornale diffondeva agli italiani attraverso il mezzo di comunicazione più potente e autorevole, dovevano essere date con tutti i crismi della serietà. L’immagine di una donna, a quei tempi, si temeva potesse abbassare il livello del prestigio sia delle notizie, sia del telegiornale, sia della televisione. La stessa Piccinino quando si presentò ai telespettatori, se non appariva come una suora, poco ci mancava. Vestito super castigato, anonimo, che non lasciava trasparire alcun vezzo femminile; trucco essenziale; capelli corti. Agli italiani maschi, almeno durante il tg, non potevano essere concesse fantasie trasgressive, e alle italiane doveva essere consegnato il modello di una donna pubblica per nulla provocante e seducente.

Ne è passata di acqua sotto i ponti dei telegiornali e delle stesse trasmissioni d’intrattenimento attraverso le informazioni. Quasi tutte donne sono adesso lì a darci le notizie più drammatiche e più lievi, a stimolare il politico o l’esperto su questo o su quello. E sono tutte belle (senza il “quasi”). Perché sono tutte belle?

Allora ritorniamo da dove abbiamo incominciato e facciamoci una domanda che se non è sgradevole è, tuttavia, irriverente. Angela Buttiglione la vedremmo oggi condurre un telegiornale? Mi sbaglierò, ma la mia risposta è secca: no. Perché? Perché non è bella. Purtroppo è così.

La televisione è diventata lo spettacolo più pervasivo della nostra società.

Fa spettacolo anche quando dà le notizie: deve fare spettacolo. La questione è la qualità dello spettacolo.

Dunque, c’è un problema d’immagine, di qualità estetica di ciò che si vede, e c’è un problema di sostanza, di verità di ciò che si vede e si ascolta. I due problemi mettono in gioco un concetto fondamentale che accompagna da sempre tutte le civiltà del pianeta Terra: la bellezza.

C’è poco da fare gli ipocriti: una donna bella attira l’attenzione più di una donna brutta o insignificante, e poiché il fondamento economico di tutte le trasmissioni televisive è l’audience, una donna bella aumenta inevitabilmente gli ascolti. Poi c’è però da risolvere il problema della qualità/valore di ciò che si comunica e del senso di autorevolezza della comunicazione. Bellezza e professionalità devono andare d’accordo. E così ritorna l’antico dilemma: una donna viene presa in considerazione più per la sua bellezza o per quello che sa fare? È facile supporre come la bellezza crei intorno alla donna un’immagine impermeabile a tutto: è bella, e basta che sia bella, tutto il resto è secondario. Un’immagine penalizzante, offensiva per le capacità della persona. Allora, senza malizia, diciamo anche, per non essere fraintesi, che tutte le giornaliste belle che hanno raggiunto posti di prestigio in televisione sono anche brave.

Senza fare graduatorie e antipatiche valutazioni sull’aspetto delle singole giornaliste-speaker tv, sbilanciamoci completamente e andiamo ai vertici della Rai. Monica Maggioni.

Bella, di indiscutibile seduzione. Ve la ricordate sulle camionette militari andare avanti e indietro per il Medio Oriente in guerra?

In mezzo alle case distrutte dai bombardamenti, tra la povera gente, tra i feriti? Vestita spesso allo stesso modo, ma con grande raffinatezza guerriera; volto truccato ma con moderazione; capelli al vento ma pettinati. Brava, molto brava nel darci le notizie, nel farci vedere le cose più importanti. Inevitabile successo.

Ma chiediamoci se Monica Maggioni non fosse bella ma soltanto brava: avrebbe avuto quel notevole successo? No, sono sicuro di no. Questa è la crudeltà della bellezza, come spiegava bene Leopardi: essa crea una differenza incolmabile.

Per ciò di cui stiamo parlando, la bellezza certamente non basta, c’è anche bisogno di cultura, di professionalità. Ma quando c’è bellezza, questa fa la differenza.

Avrei una curiosità: come si fa la selezione delle giornaliste tv? Come si decide se questa e non quella va in video? Vorrei una risposta sincera.

Stefano Zecchi

 

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