I motivi della Corte d’Appello sull’annullamento dell’ergastolo: “Lapidata dai media”

Sulla vicenda giudiziaria di Alessia Pifferi, nelle quasi duecento pagine di motivazioni depositate recentemente, la Corte d’Assise d’Appello ha delineato un quadro inquietante: il clamore mediatico avrebbe pesantemente influenzato lo svolgimento del processo. Sui dettagli di queste motivazioni abbiamo interpellato Alessia Pontenani, l’avvocato di Alessia Pifferi. «La furia vendicatrice delle Erinni, le meschine / de la regina de l’etterno pianto di Dante» comincia Pontenani «Il passaggio più forte della sentenza, la sentenza emessa in nome del Popolo italiano e non dal Popolo italiano, quelle persone che forti di una tastiera si ergono a giudici supremi denigrando tutte le figure coinvolte nel processo squalificando la funzione dell’avvocato, che diventa  partecipe e complice del crimine commesso dal proprio assistito». L’avvocato ci tiene a fare chiarezza elogiando la sentenza della Corte d’Assise. 

«La sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello deve e farà scuola»

«La sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello deve e farà scuola, il primo vero atto di denuncia contro il processo mediatico, un processo che, a dire della Corte, ha addirittura influenzato le persone coinvolte, che a torto o a ragione hanno omesso verità e modificato il proprio atteggiamento per non essere coinvolte e linciate ( metaforicamente) dalla folla».

«Cosa insegna questa triste vicenda?» prosegue Pontenani «Che il diritto di cronaca deve esistere, ma che forse, negli ultimi anni tale diritto è diventato una pornografia del dolore, una necessità di conoscere ogni singolo particolare della vita delle persone coinvolte, particolari pruriginosi che nulla hanno a che fare col reato commesso.

Alessia Pifferi, prosegue la Corte, disegnata come una donna lussuriosa per soddisfare la massa dei telespettatori, ogni singolo fotogramma, ogni singolo messaggio scandagliato per far si che la stessa apparisse ai più come una donna perfida, scaltra, desiderosa di soddisfare i propri impulsi sessuali, mentre nella realtà era una donna sola, invisibile, come invisibile lo è stata anche la piccola Diana».

«Una bambina che» conclude l’avvocato «come ci ricorda la Corte, avrebbe dovuto essere salvata da chi, pur non avendo un obbligo giuridico, aveva un obbligo morale di tutela.

Ma soprattutto la cancellazione di un ergastolo perché la pena deve essere rieducativa e non afflittiva.

Come è giusto che sia e come è previsto dalla nostra Carta Costituzionale».

I magistrati hanno infatti deciso di cancellare l’ergastolo inflitto in primo grado, sostituendolo con una condanna a 24 anni di reclusione per l’omicidio della piccola Diana. Secondo i giudici di secondo grado, la donna non è stata solo giudicata in aula ma è stata vittima di una vera e propria lapidazione verbale collettiva.

La tragica estate del 2022

Tutto riporta alla tragica estate del 2022, quando la piccola di soli diciotto mesi venne abbandonata in casa per sei lunghi giorni. La bambina morì di stenti mentre la madre si trovava a Lecco con il compagno di allora, mentendo sulla reale custodia della figlia rimasta sola. Sebbene la gravità del fatto resti indiscutibile, la Corte si è concentrata sulla metamorfosi subita dall’imputata durante le fasi del dibattimento a causa dell’esposizione pubblica. I giudici sostengono che Alessia Pifferi abbia sofferto una pressione esterna insostenibile che ha finito per macchiare indelebilmente il suo atteggiamento e la percezione della sua personalità.

Il retroscena più doloroso di questa sentenza riguarda il ruolo della famiglia e in particolare il rapporto tra la Pifferi e sua madre. Le motivazioni spiegano come la pressione dei media abbia spinto la nonna della piccola Diana a trasformarsi nella principale accusatrice della figlia quasi per costrizione esterna. Questo meccanismo perverso avrebbe indotto i testimoni più vicini a riversare negli atti giudiziari circostanze non veritiere, alterando la genuinità dei ricordi sotto la spinta dell’indignazione popolare. La Corte sottolinea che il processo mediatico ha agito come un catalizzatore di odio, deformando i contorni del giudizio tecnico che si sarebbe dovuto svolgere in totale isolamento.

Il confine sottile tra il diritto di cronaca e la gogna pubblica

Questa decisione riapre il dibattito sul confine sottile tra il diritto di cronaca e la gogna pubblica che spesso accompagna i casi di cronaca nera. I giudici hanno chiarito che la riduzione della pena non cancella la responsabilità della donna, ma riconosce una realtà psicologica e ambientale estremamente complessa. La mancata conferma dell’ergastolo rappresenta un segnale contro l’influenza dei media sulle dinamiche giudiziarie e sulla corretta valutazione delle attenuanti. Il caso Pifferi rimarrà nella storia giudiziaria italiana come l’esempio di quanto il rumore esterno possa rischiare di compromettere la ricerca di una giustizia serena e oggettiva.

Dario Lessa