Sessanta focolai in venti giorni accendono i riflettori sui rischi degli allevamenti intensivi e sulle possibili mutazioni virali

L’inverno europeo si apre con una notizia inquietante che mette in stato di massima allerta le autorità sanitarie di tutto il continente. In un lasso di tempo estremamente breve, meno di tre settimane, la Commissione Europea ha ricevuto la notifica di ben sessanta nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità. I dati emergono chiaramente da una recente decisione di esecuzione dell’organo di governo dell’Unione, che fotografa una situazione epidemiologica in rapido e preoccupante peggioramento territoriale.

Il passaggio all’essere umano rimane una minaccia concreta

La circolazione virale accelera sensibilmente durante i mesi freddi e questo fenomeno stagionale costringe gli esperti a monitorare ogni minimo cambiamento del patogeno. Sebbene l’infezione colpisca principalmente i volatili, il passaggio all’essere umano rimane una minaccia concreta che i virologi osservano con estrema cautela e costante attenzione. Il timore principale riguarda la capacità di adattamento del virus, il quale potrebbe mutare fino a diventare facilmente trasmissibile direttamente da uomo a uomo.

Massimo Ciccozzi, noto epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, analizza con precisione i retroscena di questa ondata migratoria del virus tra le diverse nazioni. Secondo l’esperto, conosciamo l’influenza aviaria da circa un secolo e sappiamo che l’uomo contrae l’infezione esclusivamente attraverso il contatto diretto con l’animale malato. Il professore sottolinea però come la gestione moderna della zootecnia rappresenti il vero punto debole della nostra biosicurezza globale e della salute pubblica.

Gli allevamenti intensivi

Il fulcro del problema risiede nella struttura degli allevamenti intensivi, luoghi dove migliaia di capi convivono in spazi ridotti facilitando la replicazione massiva del virus. Ciccozzi spiega che queste strutture fungono da veri e propri amplificatori biologici, dove il patogeno ha infinite occasioni per testare nuove mutazioni genetiche pericolose. La selezione naturale all’interno di questi capannoni accelera processi evolutivi che, in natura, richiederebbero tempi molto più lunghi e dinamiche di diffusione decisamente meno esplosive.

La comunità scientifica internazionale chiede ora interventi strutturali per ripensare la filiera produttiva e aumentare i controlli sanitari negli stabilimenti ad alta densità. Nonostante il rischio di una pandemia umana rimanga attualmente confinato a scenari ipotetici, la rapidità dei nuovi sessanta focolai impone un cambio di passo immediato. La protezione della salute globale passa necessariamente attraverso una sorveglianza più severa sulle popolazioni avicole e una riduzione della pressione ambientale causata dalle produzioni industriali.

Dario Lessa

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