Cuore & Fede: Sanremo, la musica sa parlare all’anima
Sanremo, per me, è memoria e affetti, un rito familiare che si è intrecciato anche con esperienze personali sul palco dell’Ariston. Non lo vivo solo come gara musicale, ma come uno specchio della società, dove le canzoni raccontano emozioni e speranze. La musica diventa così un linguaggio universale capace di unire e aprire all’ascolto interiore.
di Don Davide Banzato
Il Festival di Sanremo, nella mia vita, è prima di tutto memoria e affetti. Mi riporta agli anni in cui, da ragazzo, lo si seguiva in famiglia, tutti insieme davanti alla televisione. Era un rito semplice, popolare, fatto di canzoni commentate, emozioni condivise, serate che univano generazioni diverse sotto lo stesso tetto. Sanremo, per me, nasce lì: come esperienza di comunione, prima ancora che come evento mediatico.
Con il tempo, quel palco è entrato nella mia storia anche in modo del tutto inatteso.
Ho avuto infatti la possibilità di calcare il palco dell’Ariston facendo parte della Nazionale di Calcio Sacerdoti, la Seleçao Sacerdoti Calcio, quando la squadra fu ospite del Festival. In particolare nel 2008, durante la 58ª edizione, quella condotta da Pippo Baudo e Piero Chiambretti, salimmo su quel palco diventando, per un attimo, segno visibile di un incontro possibile tra sport, fede e spettacolo.
Ricordo ancora con nitidezza l’emozione di scendere la famosa scalinata, stringendo il pallone tra le mani.
Confesso che mi incuteva un certo timore: è ripida, solenne, quasi intimidatoria. In quell’istante ho avuto persino paura di inciampare. Dietro le quinte, poi, l’incontro con gli artisti, l’attesa, il clima sospeso tra concentrazione e festa.
A questi ricordi si intrecciano anche legami di amicizia profonda. Penso all’emozione di sostenere il carissimo Filippo Neviani, in arte Nek, l’anno in cui portò a Sanremo Fatti avanti amore. Condividere quel momento fu per me motivo di grande gioia e gratitudine.
Ogni anno, dunque, Sanremo è per me un insieme di ricordi ed emozioni.
Anche quando non riesco a seguirlo come vorrei, a causa degli impegni pastorali, resta un appuntamento che sento familiare. Perché dentro quelle canzoni, quelle luci e quelle storie, riconosco qualcosa della mia vita e della vita di tanti: frammenti di umanità che continuano a parlarsi, anno dopo anno.
Ogni anno il Festival non è soltanto una competizione musicale.
È semmai uno specchio, a volte fedele, a volte deformante, ma sempre rivelatore, della società in cui viviamo. Le canzoni che arrivano su quel palco portano con sé storie, domande, ferite, sogni, desideri. In filigrana, tra una melodia che resta in testa e un ritornello da canticchiare, emerge spesso la vita reale, quella di tutti i giorni.
Ci sono testi impegnativi, che parlano di fragilità, solitudini, amori finiti o cercati con ostinazione. Altri raccontano il disagio sociale, le inquietudini dei giovani, il bisogno di essere visti e riconosciuti.
Accanto a questi, trovano spazio canzoni più leggere, apparentemente semplici, che non pretendono di spiegare il mondo ma regalano un sorriso, un’emozione immediata, un momento di respiro.
Non sempre abbiamo bisogno di parole pesanti.
A volte una musica popolare, una melodia accessibile a tutti, può restituirci un po’ di serenità e farci sentire meno soli.
La varietà dei generi musicali che si incontrano a Sanremo racconta la pluralità delle anime che abitano il nostro tempo.
La musica diventa così linguaggio universale, capace di unire mondi lontani e di creare ponti là dove spesso innalziamo muri.
In fondo, ogni canzone è un atto di verità. La musica dà voce a ciò che ci abita dentro, a volte senza che ce ne rendiamo conto. Canta la nostalgia, la speranza, la rabbia, il bisogno di amore.
E proprio per questo può diventare uno strumento prezioso per guardarci dentro, per riconoscere le emozioni che attraversano il cuore e dare loro un nome. Anche la fede può dialogare con la musica, perché entrambe parlano dell’umano nella sua profondità.
Una melodia può aprire uno spazio di silenzio interiore, predisporre all’ascolto, rendere il cuore più disponibile alla fiducia.
Ci sono artisti di fama internazionale con canzoni esplicite di fede che ascolto nelle mie playlist di preghiera facendo una corsa o una camminata. Penso ad artisti evangelici che ascoltiamo senza sapere che compongono canzoni legate al Vangelo come Alex Warren, Jeremy Camp, Lauren Daigle, Phil Wickham, gli Hillsong.
La musica non cambia il mondo da sola, ma può cambiare noi. Può renderci più sensibili, più attenti, più capaci di empatia. Può educarci all’ascolto, che è una delle forme più alte dell’amore.
Sanremo, con tutte le sue luci e le sue contraddizioni, ci ricorda che la bellezza passa spesso da ciò che sembra semplice e quotidiano.
E che, se impariamo ad ascoltare davvero, anche una canzone può diventare occasione di crescita, pace interiore e rinnovata umanità.
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