Niente educazione sessuo-affettiva nelle scuole, almeno per un po’. Dopo la Camera, il 4 giugno scorso anche il Senato ha infatti approvato in via definitiva il disegno di legge 1735, meglio noto come il Ddl Valditara dal nome del ministro all’Istruzione e al Merito che lo ha promosso.

Il provvedimento sancisce che la scuola dell’obbligo non potrà più organizzare in autonomia attività scolastiche o extracurricolari che riguardano l’educazione sessuale. Prima di farlo dovrà informare le famiglie in merito ai contenuti delle stesse, mettendo a disposizione i materiali didattici usati e fornendo i nomi di eventuali persone esterne chiamate a occuparsene (obbligatoriamente insieme ad almeno un docente della scuola). A tali attività poi, i ragazzi e le ragazze minorenni potranno accedere solo con il consenso informato scritto dei genitori.

Ma non solo, il Ddl Valditara vieta anche di svolgere qualsiasi lezione, corso o progetto didattico sulla sessualità nelle scuole elementari e dell’infanzia.

Precetti che il ministro ha definito di buon senso e pensati per tutelare la libertà educativa dei genitori, ma ai quali molti guardano con preoccupazione, convinti che togliere alla scuola la possibilità di fare divulgazione su queste tematiche renda le nuove generazioni meno consapevoli.

La pensa in questo modo Flavia Restivo, politologa, attivista e fondatrice del movimento Italia Needs Sex Education, che sgombra subito il campo dai dubbi; «Fare educazione sessuo-affettiva non significa insegnare ai ragazzi a fare sesso, ma parlare di consenso, emozioni, relazioni sane, stereotipi di genere, prevenzione delle violenze, sessualità, contraccezione, malattie sessualmente trasmissibili, rispetto delle differenze e alfabetizzazione emotiva. In altre parole, di strumenti per stare bene con sé stessi e con gli altri».

Secondo Restivo, i genitori da soli non bastano a istruire adeguatamente e impedire alla scuola di fare la propria parte può aumentare le disuguaglianze perché «chi ha famiglie aperte, informate e capaci di affrontare questi argomenti continuerà ad avere accesso a strumenti importanti, mentre chi cresce in contesti più chiusi, violenti o semplicemente con genitori impreparati rischia di rimanerne escluso».

Esiste poi un secondo enorme rischio nell’escludere questa materia dai programmi didattici: lasciare che siano pornografia, social network e influencer a fare educazione sessuale al posto dei docenti. «Oggi moltissimi giovani ricevono le prime informazioni sulla sessualità online dove le nozioni che si trovano sono spesso sbagliate, violente, fuorvianti rispetto alla realtà e che veicolano un’immagine della donna subalterna all’uomo. La scuola ha il compito di informare correttamente e se non potrà più farlo lascerà un vuoto che il web occuperà ancora di più di quanto non stia già facendo».

 

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