di Barbara Fabbroni

Un’analisi profonda sul valore educativo della severità e su come il superamento dei propri limiti possa forgiare un’identità solida

Eppure, a distanza di anni, quella frase torna. Scomoda, ruvida, quasi imbarazzante: «A me ha fatto bene».

La dicono in molti. Ex allievi, ex atleti, ex studenti. Persone che sono passate attraverso maestri duri, figure poco accomodanti, capaci di far tremare le certezze e stringere lo stomaco.

Maestri che non proteggevano dall’errore, che non addolcivano la fatica, che non regalavano incoraggiamenti facili. E che, proprio per questo, hanno inciso qualcosa di profondo.

Viviamo in un tempo che ha fatto della tutela emotiva un valore imprescindibile. È un progresso, senza dubbio.

Abbiamo imparato a riconoscere l’abuso, a nominare la violenza, a proteggere la fragilità.

Ma dentro questa conquista si nasconde una domanda che spesso evitiamo: può la troppa morbidezza impedire la crescita?

E, ancora più scomodo: può una guida rigida — persino dolorosa — essere una forma di cura?

Il confine è sottile. Pericoloso. Ma esiste.

Il maestro rigido non è il sadico dell’autorità. Non è colui che umilia per affermare potere, che schiaccia per sentirsi superiore.

Quello non è un maestro, è un abusante.

Il vero maestro rigido è un’altra cosa: è colui che chiede quando tu vorresti fermarti, che alza l’asticella quando pensavi di aver già dato tutto.

È quello che non dice «bravo» al primo tentativo, ma ti guarda e dice: «Rifallo meglio».

La sua durezza non nasce dal disprezzo, ma dalla visione.

Vede ciò che potresti diventare prima ancora che tu riesca a immaginarlo. E sa che, per arrivarci, dovrai attraversare il limite.

In psicologia lo sappiamo bene: la crescita non avviene nella zona di comfort.

Avviene nel punto esatto in cui l’Io vacilla, in cui l’errore brucia, in cui il fallimento costringe a riorganizzarsi.

È lì che nasce la resilienza autentica, non quella da slogan motivazionale, ma quella che resta quando nessuno applaude.

Il maestro rigido non ti salva dalla frustrazione. Ti insegna ad abitarla.

Non ti protegge dalla fatica. Ti mostra come usarla.

Non ti consola subito. Ti allena a reggere.

E sì, fa male. Ma non distrugge.

Nelle arti marziali, nella musica, nello sport, nell’artigianato, nella formazione più profonda, questo modello è sempre esistito.

Il corpo che si allena fino al dolore non lo fa per punizione, ma per trasformazione.

La mano che ripete lo stesso gesto cento volte non lo fa per noia, ma per precisione.

Il carattere che viene messo alla prova non viene spezzato: viene temprato.

Il problema, oggi, è che abbiamo confuso la tutela con l’assenza di conflitto.

Come se ogni disagio fosse un trauma.

Come se ogni richiesta alta fosse una violenza.

Ma crescere implica sempre una perdita: la perdita dell’illusione di essere già sufficienti così come siamo.

Ed è una perdita che punge.

Il maestro rigido agisce come uno specchio crudele ma necessario.

Ti mostra dove ti stai nascondendo, dove stai barando con te stesso, dove stai usando la paura come alibi.

Quando dice «puoi fare meglio», non sta giudicando ciò che sei: sta chiamando ciò che potresti diventare.

Questo tipo di relazione richiede fiducia. Una fiducia profonda, spesso silenziosa.

L’allievo deve credere che quella durezza abbia un senso.

E il maestro deve vedere l’allievo come soggetto, non come oggetto da piegare.

È qui che passa la linea invisibile tra crescita e abuso.

Il dolore, quando è orientato, diventa catalizzatore di trasformazione.

Il dolore dell’allenamento diventa forza.

Il dolore dell’apprendimento diventa competenza.

Il dolore dell’auto-confronto diventa identità.

Certo, non tutti i dolori salvano.

Alcuni lasciano ferite inutili, ma demonizzare ogni durezza significa rinunciare a una parte fondamentale dell’esperienza umana: la trasformazione attraverso lo sforzo.

Molti adulti oggi portano cicatrici lasciate da maestri sbagliati.

Ma altri portano struttura, tenuta emotiva, disciplina interna proprio grazie a guide esigenti.

La differenza non sta nel dolore in sé, ma nel senso che quel dolore aveva: se era orientato a costruire o a schiacciare.

Un buon maestro rigido non gode della tua fatica.

Non se ne va quando piangi.

Non ti umilia.

Resta. Ti tiene lì. Ti accompagna mentre impari a non crollare davanti al limite.

E forse dovremmo avere il coraggio di dirlo: non tutti i dolori vanno evitati.

Alcuni vanno attraversati.

Con qualcuno che sa dove stai andando, anche quando tu non lo vedi ancora.

Perché crescere non è sempre gentile, ma può essere profondamente giusto.

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