Il galateo. Sembra un termine arcaico e fuori dal tempo, lontano dal nostro vivere quotidiano. C’è sempre stato presentato come una serie di regole rigide, fatte per i nobili o i ricchi. Invece è tutt’altro. Per questo il mio desiderio con questa rubrica è di far conoscere l’essenza del galateo – o diciamo meglio delle buone maniere. Non userò dunque mai il termine bonton, perché rifiutato dall’Accademia Italiana del Galateo – e adattarlo a certe situazioni attuali correlate anche all’evoluzione dei tempi e al progresso, con consigli pratici, ma mai con quella rigidità che qualcuno ha cercato di imporre!

Ovviamente mi concentrerò sugli aspetti relativi al ricevere e alla tavola, compresa la mise en place.

Partirei comunque citando sempre una famosa frase di Jean-Anthelme Brillat-Savarin, considerato il padre fondatore della moderna gastronomia e autore della Fisiologia del gusto. Frase che dice: “Invitare qualcuno a pranzo vuol dire incaricarsi della felicità di questa persona durante le ore che egli passa sotto il vostro tetto”. Questo deve essere il motivo principale dell’invitare, del ricevere, dell’ospitare.

L’origine del Galateo

Le regole che caratterizzano il galateo, se analizzate, non stabiliscono altro che dei consigli pratici per star bene assieme, evitando cadute di stile ma anche imbarazzi.

Sono semplici consigli codificati, che veramente ti fanno capire come sia bello ricevere, godere della presenza altrui e arricchirci dentro. E in questo periodo ne abbiamo tanto e tanto bisogno…

Prima di tutto partiamo con il soddisfare una domanda banalissima che molti mi hanno posto: ma da dove deriva il termine “galateo”?

Non deriva altro dal nome latinizzato di Galeazzo (Galatheus) Florimonte, vescovo d’Aquino e di Sessa Aurunca, che esortò e convinse Monsignor Giovanni Della Casa a scrivere un testo, un libriccino, che trattasse, o per meglio dire fornisse consigli “sul vivere civile e politico e della leggiadria e convenienza de’ costumi”.

Il Galateo di Monsignor Della Casa, come ben sapete, rappresenta ancora oggi un testo fondamentale nello sviluppo dei comportamenti, nel ricevere, e fornisce delle regole per il corretto vivere nel rispetto l’uno degli altri o dei diversi ruoli. Ma quello che emerge è che prima di tutto sono consigli che non devono essere fissi, rigidi e immutabili. Anzi, devono adattarsi all’evoluzione dei tempi e alle abitudini e alle nuove situazioni.

Non possiamo continuare a pensare di applicare certi comportamenti in una società dove tutto è dominato da Internet e dalla velocità di comunicazione. Nello stesso tempo, Monsignor Della Casa sottolineava a un certo punto del suo libro una cosa fondamentale: non basta sapere le regole e i comportamenti, ma bisogna metterli in pratica e soprattutto che dagli errori e dall’esperienza si può imparare
davvero.

Una storiella per innescare l’opera

Inoltre, per far capire l’essenza e l’utilità di norme che regolino il buon vivere inizia subito raccontando una storiella che fa capire l’utilità del sapere come comportarsi, ma anche del conoscere i propri difetti, per migliorarsi e nello stesso tempo evitare certi errori che potrebbero infastidire i nostri ospiti. Regole di buone maniere e del buon convivere.

Per questo racconta la storia di un cavaliere dalle bellissime maniere, che andò a far visita all’allora vescovo di Verona Giovanni Matteo Giberti. Molti apprezzarono quel giovane che si distingueva per i suoi modi gentili ed educati, ma il vescovo si accorse subito di un suo difetto, e non sapendo come dirglielo gli affiancò messer Galateo che, cavalcando, acquistò la fiducia e la confidenza necessaria per dirgli il difetto che il vescovo.

Ma non solo: prima lodò i suoi comportamenti, e dopo sottolineò che il vescovo voleva fargli un dono evidenziando un suo difetto che era quello che mentre mangiava con la bocca e con le labbra faceva uno strepitio molto sgradevole da sentire.

Il cavaliere apprezzò molto questo consiglio, tanto da considerarlo un dono, di quelli che arricchiscono la persona.

Vedete perciò già dalle premesse che le regole del Galateo non sono rigide norme ma consigli, seppur codificati, per una migliore convivenza e per superare imbarazzi ed errori.

Le buone maniere di Greci e Romani

    Ma non dovete assolutamente pensare che il Galateo sia nato solo nel 1558 con la pubblicazione del testo di Monsignor Della Casa, perché già i Greci e i Romani erano soliti usare una serie di comportamenti nel momento in cui ricevevano gli ospiti.

    Per i Greci, addirittura, l’ospite rappresentava in un certo senso una divinità, e per questo era stabilito un preciso codice di comportamento che, oltre all’offerta di cibi e bevande, prevedeva anche la possibilità di ricevere vesti pulite e soprattutto un pensiero, un regalo a testimonianza del piacere di averlo avuto come ospite. Nello stesso tempo però l’ospite aveva l’obbligo di ricambiare l’invito.

    Altre norme di comportamento, molto codificate, le troviamo nelle cene dei Romani dove vi erano regole su come vestirsi, una particolare attenzione alla pulizia e suddivisione della cena stessa, in vari momenti che permettevano una diversa conversazione.

    Ho voluto quindi iniziare questa mia nuova rubrica con questi brevi cenni storici per sottolineare come le buone maniere, sapere i corretti comportamenti, il piacere del ricevere siano insiti nell’uomo e nella nostra storia, facendo anche comprendere che non sono imposizioni, ma corrette indicazioni che sicuramente ci fanno evitare qualche brutta figura, ma soprattutto ci daranno ancora di più il piacere di ricevere o essere ospiti, godendo appieno dell’amicizia e dello stare bene assieme.

    A vostra disposizione per qualsiasi consiglio, e pronti a partire con il prossimo numero.

    a cura di Alessandro Resente