Interviste | News | Sanremo
Nello Petrucci racconta a Novella2000 i suoi ultimi progetti e fa uno spoiler sul prossimo lavoro
L’intervista a Nello Petrucci
Novella2000 ha incontrato Nello Petrucci per un’intervista senza filtri. Ecco cosa ci ha raccontato l’artista partenopeo, che ha fatto uno spoiler sul suo prossimo progetto.
La nostra intervista a Nello Petrucci
Gli appassionati di arte e di cinema conoscono senza dubbio il nome di Nello Petrucci. L’urban visual artist e filmmaker partenopeo nel corso degli anni si è imposto nel panorama artistico italiano e internazionale, diventando noto ai più. L’artista è anche l’ideatore di Art Helps People, un progetto sociale che mira a finanziare e sostenere iniziative umanitarie attraverso il potere trasformativo dell’arte.
In queste ore abbiamo incontrato Nello per un’intervista a cuore aperto, durante la quale ci ha svelato alcuni retroscena sulla sua carriera e suoi suoi prossimi progetti, che non deluderanno le aspettative.
Lei è specializzato nella street art ed ha realizzato opere iconiche. Come è nata questa passione e a quale sua creazione è più legato?
«In realtà non mi definirei “specializzato” nella street art. La strada per me è soprattutto un mezzo, un linguaggio. È il modo più diretto per arrivare alle persone, senza filtri, senza fronzoli, senza dover chiedere permesso a nessuno. Cerco di trovare un modo per vedere le mura in modo differente. Mi interessa che l’opera incontri lo sguardo di chi passa anche solo per pochi secondi. A volte basta un attimo, un sorriso, una piccola domanda nella testa di qualcuno: per me quello è già un risultato enorme. Sono legato a molte creazioni, ma quelle che amo di più sono quelle nate nei momenti in cui avevo davvero qualcosa di urgente da comunicare, quando l’arte diventava necessità e non estetica».
Di recente è arrivato anche in Kenya con un progetto simbolico molto importante. Come è nata l’idea e come è stato accolto questo evento?
«Il Kenya è solo una delle tappe di un percorso che porto avanti da anni con un progetto che si chiama Art Helps People. L’idea nasce da una domanda semplice: se l’arte ha un potere così grande, perché non usarla anche in modo concreto? Con questo progetto cerco di trasformare l’arte in un ponte reale verso comunità che hanno bisogno di supporto, non solo emotivo o simbolico, ma anche pratico. È stato accolto con grande umanità e gratitudine, ma soprattutto mi ha insegnato molto: quando ti confronti con realtà così essenziali, capisci che l’arte può davvero diventare un gesto di cura. Ho realizzato opera nelle carceri e nel Museo di Malindi coinvolgendo la comunità degli studenti».
Nel 2023 ha anche tenuto una mostra al Parlamento Europeo di Bruxelles, in occasione dell’anniversario della morte di Mahsa Amini. Cosa ha rappresentato per lei questo momento?
«È stato un momento molto forte, di grande responsabilità e soprattutto di riflessione. Mahsa Amini è diventata un simbolo, ma dietro quel simbolo c’è un popolo intero che continua a vivere un periodo durissimo. A volte penso che le immagini osserviamo non entrano pienamente nel nostro sé, ci scivolano addosso, per questo penso che oggi più che mai abbiamo bisogno di artisti, liberi pensatori, persone capaci di farci fermare e riflettere: su cosa sia giusto, su quale direzione stiamo prendendo come umanità. Viviamo tempi confusi, quasi bui. Abbiamo bisogno di “bussole”, anche attraverso la musica e l’arte, che ci aiutino a non perdere la coscienza».
A inizio gennaio il Teatro “Di Costanzo-Mattiello” di Pompei ha ospitato la prima nazionale di “Mi piace il bar”. Come è nata l’esigenza di portare in scena questo spettacolo?
«“Mi piace il bar” è uno spettacolo che sentivo necessario. È tratto dai testi di Andrea G. Pinketts, che ancora oggi trovo incredibilmente attuali. Il teatro, in questo caso, è diventato un altro modo di sperimentare arte: più vivo, più umano, più diretto. E poi Alessandro Haber è stato straordinario: ci ha regalato momenti di grande intensità, ironia e riflessione. Personalmente è stata un’esperienza che mi ha lasciato emozioni fortissime, perché il teatro ti costringe a stare nel presente e a capire le maschere che osserviamo».
C’è un artista del passato di cui si può dichiarare un vero fan?
«Direi senza dubbio Franco Battiato. Non solo per la musica, ma per la sua visione spirituale. La sua arte nasceva da un percorso interiore profondo. Prima ancora della melodia, c’era l’essere umano. E questo, per me, è ciò che rende un artista davvero grande».
Le sue opere sono state esposte in diversi luoghi iconici. Ma c’è un posto che non ha ancora raggiunto in cui sogna di vedere una sua creazione?
«Ogni artista, inevitabilmente, sogna luoghi come il MoMA, il Guggenheim, la Tate Modern: spazi dove si respira arte contemporanea e dove il riconoscimento diventa quasi “ufficiale”. Ma allo stesso tempo mi pongo sempre una domanda: arrivare lì significa davvero essere arrivati? Perché l’arte non dovrebbe essere solo status. Per me l’arte è soprattutto una missione: se un’opera riesce a toccare una persona, a cambiare anche solo un pensiero, allora ha già fatto il suo lavoro. Anche se nasce su un muro di periferia».
Oltre all’arte lei ha anche la passione del cinema e ha realizzato diversi progetti cinematografici. Può già anticiparci qualcosa sul suo prossimo lavoro?
«In questo periodo sono in fase di realizzazione di un documentario, un lavoro che sto costruendo con grande attenzione perché sento che ha un valore importante. E parallelamente mi sto avvicinando sempre di più all’idea di girare un lungometraggio. Il cinema per me è un’estensione naturale dell’arte visiva: è un modo per raccontare l’anima delle persone, le contraddizioni, i sogni, e soprattutto il nostro tempo».
Seguite Novella 2000 anche su: Facebook, Instagram e X.