Summer sadness e la chiamano estate
La stagione più calda non è sempre sinonimo di spensieratezza. Temperature elevate, grande sensibilità e tendenza al confronto con l’altro possono abbassare il tono dell’umore, nutrire pensieri negativi e acuire la solitudine. Come riconoscere questo stato d’animo e fronteggiarlo
In estate aumenta il rischio di isolamento sociale: è l’allarme di Telefono Amico Italia, organizzazione di volontariato che opera su tutto il territorio nazionale e che accende i riflettori sulle difficoltà che si possono incontrare in questo periodo dell’anno, specie se si è particolarmente fragili. Un tema di cui non si parla abbastanza, a differenza di quanto avviene per il winter blues, la malinconia che alcuni sperimentano in inverno, complici le poche ore di luce e attività non sempre praticate con gioia: lavoro, scuola e doveri in genere. Tutto il contrario dell’estate, insomma, gioiosa per antonomasia. Ed è proprio qui il nodo della questione: non per tutti è così.
«Si parla di depressione stagionale, Seasonal Affective Disorder (SAD) o – secondo la classificazione diagnostica attuale – disturbo depressivo maggiore con pattern stagionale, quando è tipicamente legata ai cambiamenti di stagione, e per certi aspetti distinguibile dal disturbo depressivo maggiore», spiega Maurizio Pompili, professore ordinario di Psichiatria presso l’università La Sapienza di Roma e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma.
Un disturbo cui spesso si presta meno attenzione, anche perché i non addetti ai lavori lo conoscono poco. «In molti casi può presentarsi con un’intensità inferiore rispetto alle forme depressive più severe, sebbene possa comunque determinare una marcata compromissione della qualità della vita».
A scatenare questa forma depressiva contribuiscono diversi fattori. «In alcuni, il tono dell’umore e della sensibilità emotiva può risentire delle elevate temperature e delle variazioni dell’esposizione alla luce», prosegue Pompili. «Un altro elemento scatenante risiede senza dubbio nella variazione delle attività quotidiane, i cambiamenti di ritmo cui l’estate obbliga un po’ tutti. Si è determinati dalle attività lavorative e accademiche, mentre in vacanza quasi ci si trova smarriti, non c’è più quell’impeto, quella frenesia di dover adempiere a certi doveri e obblighi che scandiscono le giornate. Capita, così, che la vita si svuoti.
I meccanismi che regolano il nostro comportamento e il nostro senso di continuità non si adattano immediatamente ai nuovi ritmi: quando all’improvviso lo stimolo quotidiano viene meno, può capitare di sentirsi a disagio». A questo contribuisce anche la perdita momentanea di relazioni sociali importanti.
«A volte emerge un’esperienza di dolore sociale che può alimentare il dolore mentale: la sensazione di essere scollegati dagli altri, di perdere punti di riferimento e di non appartenere più alla rete di relazioni abituali. Emozioni come solitudine, nostalgia e senso di vuoto possono così intensificarsi».
Ci sono, poi, fattori sociali collaterali, su tutti un utilizzo massiccio dei social media. «Immagini di vacanze, amicizie e relazioni apparentemente perfette creano disagio in chi, per un motivo o per l’altro, non sente di raggiungere quel tipo di rappresentazione.
Chi non può avvicinarsi a certi stereotipi paga il prezzo della discrepanza tra la propria esperienza reale e quella idealizzata», spiega Pompili.
La narrazione collettiva dell’estate, insomma, spesso non si sintonizza con la realtà di ogni singolo individuo. C’è, ad esempio, chi non si trova nella condizione di partire, per ragioni economiche o personali, elemento che può accentuare sentimenti di esclusione, frustrazione o tristezza.
Essere felici e fare per forza qualcosa durante l’estate sembra sempre più un dovere, specie quando si è propensi al confronto costante con gli altri, ma non è detto che debba essere per forza così.
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