Dalla fragilità alla consapevolezza, il percorso di Will segna il cuore della serie e ci ricorda l’importanza dell’accettazione e della verità

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Una serie che ci attraversa

Ci sono serie che si guardano. E poi ce ne sono altre che, in silenzio, ci attraversano. Stranger Things appartiene a questa seconda categoria: non si è limitata a raccontare una storia, ha accompagnato una generazione nel passaggio più fragile di tutti, quello dalla paura alla consapevolezza.

Hawkins: il simbolo dell’infanzia e delle sfide

Il primo gennaio abbiamo salutato, dopo dieci anni, un mondo che non era solo finzione. Hawkins non era soltanto una cittadina americana degli anni Ottanta: era il luogo simbolico in cui l’infanzia si è scontrata con il dolore, la diversità, il senso di inadeguatezza, l’ombra del rifiuto. Come accade nella vita vera, quando crescere significa perdere protezioni e imparare a stare in piedi senza maschere.

Il dibattito sul finale e l’emozione di Will

Il dibattito sul finale è stato inevitabile. C’è chi lo ha amato e chi ne è rimasto distante. Ma al di là del giudizio narrativo, ciò che resta è la densità emotiva di una chiusura che ha scelto di parlare di ferite, di identità. In questo senso, il percorso di Will è il punto emotivo più alto della serie.

Will: il bambino fragile e sensibile

Will non è mai stato solo “il bambino scomparso”. È sempre stato il bambino fragile, quello che sente prima degli altri, quello che percepisce le fratture invisibili. Cresciuto in una famiglia segnata dall’assenza, con una madre che ama ma fatica a stare dietro a tutto, Will ha imparato presto cosa significa sentirsi fuori posto. Ed è proprio questa sensibilità a renderlo, agli occhi di Vecna, vulnerabile: chi è più aperto al mondo è anche più esposto al dolore. Ma c’è una paura ancora più profonda di quella del mostro. È la paura di non essere accettati per ciò che si è davvero.

Il contesto degli anni Ottanta e il coming out di Will

Negli anni Ottanta, contesto in cui è ambientata la serie, l’omosessualità era spesso associata alla colpa, al silenzio, alla vergogna. Will cresce dentro questo clima: capisce di essere diverso, di provare un amore che non osa pronunciare, e vive con il terrore che la verità possa allontanare le persone che ama. Il suo coming out non è un gesto spettacolare, non è un colpo di scena. È qualcosa di più potente: è una confessione sussurrata, carica di tremore e di dignità. È la voce di chi, per la prima volta, decide di non nascondersi più.

La fantasia che diventa umanità

In quel momento, Stranger Things smette di essere una serie fantasy e diventa un racconto profondamente umano. Will non sta solo parlando del suo amore per Mike. Sta affermando il diritto di esistere senza chiedere scusa. Sta trasformando la profezia di Vecna – un futuro di solitudine e rifiuto – in una possibilità diversa: quella dell’accoglienza. Dal punto di vista psicologico, è una scena di liberazione. Il mostro che lo perseguitava non era solo un’entità esterna: era l’incarnazione della paura interiorizzata, dello sguardo giudicante del mondo. Dire “io sono questo” significa spezzare il potere del nemico più antico: la vergogna.

Finzione e realtà si incontrano

Il percorso di Will assume un valore ancora più forte se lo si affianca alla storia personale dell’attore Noah Schnapp, che ha pubblicamente condiviso la propria identità. Non come gesto mediatico, ma come naturale estensione di un personaggio che, per anni, ha rappresentato il silenzio di molti. È il punto in cui la finzione incontra la realtà, e le due si sostengono a vicenda.

Stranger Things e le narrazioni LGBTQ+ storiche

In questo senso, Stranger Things si inserisce in una tradizione di narrazioni che hanno cambiato la televisione e il modo di guardare alle identità LGBTQ+. Il coming out di Ellen DeGeneres nel 1997 in Ellen fu uno spartiacque: per la prima volta, una protagonista dichiarava se stessa davanti a milioni di spettatori. Will & Grace portò nelle case una normalità nuova, fatta di ironia, quotidianità, relazioni, senza più l’obbligo di giustificarsi. Ma ciò che rende Will diverso è il contesto emotivo: il suo non è un manifesto, è una richiesta d’amore.

Il messaggio finale: verità, accettazione e umanità

Ed è forse questo il messaggio più profondo del finale: non esiste crescita senza verità, non esiste amicizia senza riconoscimento, non esiste salvezza senza accettazione. E in un tempo in cui l’identità è ancora terreno di scontro, questa non è soltanto una storia. È una carezza. Un atto di umanità.

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