L’organismo internazionale che punta a gestire la “ricostruzione” della Striscia oltre l’ONU

Il panorama diplomatico internazionale sta vivendo una trasformazione radicale con la nascita del Board of Peace, l’organismo fortemente voluto da Donald Trump per “gestire” il dopoguerra a Gaza. Questa nuova entità dovrebbe rappresentare un sistema di governance alternativo ai canali tradizionali delle Nazioni Unite. Fondato ufficialmente durante i lavori del Forum Economico di Davos nel gennaio 2026, il Board si pone l’obiettivo ambizioso di stabilizzare l’enclave palestinese attraverso investimenti massicci e un controllo di sicurezza senza precedenti.

La struttura del Board riflette la filosofia del presidente americano, con un potere decisionale fortemente accentrato e un approccio che molti analisti definiscono aziendale. “Vogliamo portare stabilità e risultati concreti dove altri hanno fallito per decenni”, ha dichiarato Trump durante la cerimonia di presentazione, sottolineando la volontà di superare le lungaggini burocratiche del passato. Il Board è affiancato da un Comitato Esecutivo composto da figure vicine al tycoon, tra cui Jared Kushner e il Segretario di Stato Marco Rubio, con l’aggiunta di personalità internazionali come l’ex premier britannico Tony Blair.

Rimane la questione morale e quella etica su una “ricostruzione” a fini commerciali su una distesa di morte e di sangue dove il Paese coinvolto (la Palestina) non è stato nemmeno preso in considerazione.

Le adesioni e il peso dei paesi arabi

Al momento, oltre venticinque nazioni hanno formalizzato la propria partecipazione, disegnando una mappa di influenze che privilegia il Medio Oriente e le economie emergenti. Paesi chiave come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l’Egitto e la Turchia hanno confermato il loro ingresso. Anche Israele ha aderito ufficialmente all’iniziativa, confermando il desiderio di coordinare con Washington il futuro assetto della sicurezza lungo i propri confini.

Tuttavia, il fronte europeo appare profondamente diviso e cauto di fronte a questa iniziativa che scavalca l’autorità dell’ONU. Mentre l’Ungheria di Viktor Orbán e la Bulgaria hanno sposato immediatamente il progetto, le grandi potenze come Francia, Germania e Regno Unito mantengono una distanza critica. L’Italia, dal canto suo, partecipa attualmente con lo status di osservatore, cercando di bilanciare la storica alleanza atlantica con il rispetto per le istituzioni multilaterali europee.

Il controverso meccanismo di partecipazione

Uno degli aspetti più discussi riguarda il cosiddetto “modello finanziario” del Board, che prevede contributi miliardari per ottenere un seggio permanente e influenzare le decisioni operative. I critici hanno definito l’organismo come un club esclusivo dove la diplomazia si intreccia pericolosamente con gli interessi dei grandi fondi di investimento privati. “Nessun palestinese siede al tavolo delle decisioni che riguardano la propria terra”, denunciano diverse organizzazioni umanitarie, evidenziando il rischio di una gestione puramente tecnocratica della crisi.

Nonostante le polemiche, il Board of Peace procede spedito verso la sua prima riunione operativa, con la promessa di sbloccare oltre cinque miliardi di dollari per le infrastrutture urgenti. Il futuro di Gaza sembra ora legato a questo esperimento diplomatico che mette alla prova la tenuta degli equilibri globali e la capacità di mediazione degli Stati Uniti nel nuovo millennio. Il tutto sta accadendo sotto l’indignazione di mezzo mondo.

ph-Schermata-paesi-board-of-peace

Paesi aderenti (Membri Fondatori)

La coalizione che sostiene il progetto è eterogenea, unendo alleati storici del Medio Oriente, nazioni dell’Est Europa e partner strategici in Asia e Sud America:

  • Medio Oriente e Nord Africa: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, Giordania, Marocco, Bahrein, Turchia, Kuwait e Israele (adesione formalizzata l’11 febbraio 2026).
  • Europa: Ungheria, Bulgaria, Albania, Kosovo, Armenia e Bielorussia.
  • Asia: Indonesia, Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan, Vietnam, Cambogia e Mongolia.
  • Americhe: Argentina (sotto la guida di Javier Milei), El Salvador e Paraguay.

Paesi che hanno rifiutato o declinato l’invito

Il blocco del dissenso è guidato dalle principali potenze dell’Europa occidentale e dai paesi scandinavi, che criticano la natura “privata” dell’organismo e il rischio che possa esautorare le Nazioni Unite:

  • Grandi potenze europee: Francia, Germania, Regno Unito e Polonia hanno espresso parere negativo, citando spesso l’incompatibilità con gli statuti internazionali e la preoccupazione per la presenza di figure come Vladimir Putin tra gli invitati.
  • Nord Europa: Norvegia e Svezia hanno rifiutato ufficialmente; la Danimarca non è stata nemmeno invitata a causa delle recenti tensioni sulla questione della Groenlandia.
  • Altri rifiuti: Spagna, Slovenia, Finlandia, Irlanda, Austria e Croazia.

Paesi e organismi con status di “Osservatore”

Alcune nazioni hanno scelto una via diplomatica intermedia, decidendo di non aderire come membri effettivi (e quindi non versando i contributi miliardari richiesti) ma presenziando ai lavori per monitorare l’evoluzione del piano:

  • Italia: Nonostante l’apertura iniziale, il governo Meloni ha optato per il ruolo di osservatore a causa di dubbi sulla legittimità costituzionale di alcuni articoli dello statuto.
  • Altri osservatori: Commissione Europea, Grecia, Romania, Cipro, Repubblica Ceca e Messico.

Dario Lessa

Leggi anche: