Sanremo 2026: una prima serata che fatica a ingranare la marcia

Caro Sanremo, abbiamo un problema di ritmo e di sostanza. Il verdetto della prima serata di questo Festival 2026 è netto e non ammette repliche: la scintilla non è scoccata. Se un anno fa lodavamo la capacità di Carlo Conti di imprimere una velocità quasi atletica alla scaletta, quest’anno l’impressione è quella di una macchina che gira a vuoto. Il conduttore appare quasi rabbonito, costretto ad allungare un brodo che, purtroppo, ha pochissima carne al fuoco. Ci troviamo di fronte a uno dei cast più fragili dell’ultimo decennio, dove nemmeno la speranza del “secondo ascolto” sembra poter salvare brani che scivolano via senza lasciare traccia.

Il verdetto dell’Auditel: tre milioni di spettatori in fuga

I numeri non mentono e certificano un distacco preoccupante da parte del pubblico. Fermarsi a 9,6 milioni di telespettatori con il 58% di share, contro i 12,6 milioni (65,3%) dell’edizione precedente, è un segnale che la Rai non può ignorare. La scelta di spostare la kermesse a fine febbraio per evitare le Olimpiadi e la concomitanza con il calcio europeo hanno creato un mix letale per gli ascolti. Mancano all’appello tre milioni di persone rispetto al 2025 e il confronto con l’era Amadeus si fa sempre più impietoso. La colpa? Forse l’assenza di veri “scandali” o di ospiti internazionali capaci di bucare lo schermo, ma la verità è che lo show è apparso leggermente noioso.

Addio stravaganza: perché ci manca il coraggio di Achille Lauro

Non sono bastati la simpatia travolgente della centenaria Gianna Pratesi o l’incontro generazionale tra i due Sandokan, Kabir Bedi e Can Yaman, a risollevare una linea che è rimasta piatta per troppe ore. Se c’è un ambito dove il fallimento è stato più evidente, è quello dello stile. Guardando la sfilata dei Big, il rimpianto per le performance rivoluzionarie di Achille Lauro si è fatto sentire prepotentemente. Gli uomini sono apparsi imprigionati in completi monocromatici, privi di quel guizzo creativo e di quella sana follia che avevamo imparato ad amare nelle passate edizioni. Invece di osare, il cast ha scelto la via della prudenza estetica, risultando purtroppo anonimo. Senza provocazioni visive e senza quella capacità di dividere l’opinione pubblica, il Festival rischia di diventare una sfilata di buoni vestiti e canzoni che non raccontano nulla di nuovo.

Musicalmente sospesi tra troppa quantità e poche certezze

Anche sul fronte strettamente artistico regna la confusione. Se da un lato si salvano le prove di Arisa, Fulminacci, Brancale e Levante, supportate dall’energia intramontabile di un Tiziano Ferro sempre impeccabile, dall’altro manca totalmente un vero favorito. Schierare trenta artisti in gara sembra essere stata una scelta azzardata: la qualità media non giustifica una maratona di queste proporzioni, portando lo spettatore a chiedersi se non fosse stato meglio puntare su meno nomi ma di maggiore impatto. Troppa quantità e pochissima memorabilità? È ancora presto per emettere una condanna definitiva, ma la strada intrapresa sembra decisamente in salita.

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