Greenpeace perde la battaglia legale con il colosso petrolifero Energy Transfer: multa record da 345 milioni, rischia il fallimento
Un tribunale del North Dakota condanna la storica ONG a un risarcimento senza precedenti che mette a rischio la sua…
Un tribunale del North Dakota condanna la storica ONG a un risarcimento senza precedenti che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza
Il mondo dell’attivismo ambientale trema davanti a una sentenza. Un tribunale distrettuale del North Dakota ha emesso il verdetto finale nella lunga battaglia legale tra il colosso petrolifero Energy Transfer e Greenpeace International. La decisione dei giudici impone alle sezioni statunitense e internazionale della ONG il pagamento di ben 345 milioni di dollari come risarcimento per i danni subiti dall’azienda. Questa cifra astronomica si configura come una minaccia esistenziale che potrebbe portare l’organizzazione direttamente verso il fallimento finanziario.
Le proteste ambientali
La vicenda affonda le sue radici nel lontano 2016 durante le storiche mobilitazioni guidate dalle comunità indigene contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access nella riserva di Standing Rock. Energy Transfer ha sempre sostenuto che quelle proteste fossero una messinscena orchestrata interamente da Greenpeace per colpire i propri interessi commerciali e d’immagine. Nonostante l’organizzazione ambientalista abbia sempre negato un ruolo di regia nelle manifestazioni spontanee dei nativi americani, la corte ha accolto le tesi della compagnia petrolifera trasformando un caso di attivismo civile in una catastrofe giudiziaria.
Le reazioni dei vertici dell’associazione non si sono fatte attendere ed evidenziano una profonda preoccupazione per il futuro della libertà di espressione negli Stati Uniti. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale perché è un diritto garantito dalla Costituzione”, ha dichiarato con fermezza Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace USA. Secondo il legale questa sentenza colpisce al cuore la salute della democrazia stessa poiché trasforma il dissenso legittimo in un reato punibile con la distruzione economica dell’interlocutore.
Emerge una strategia che gli esperti definiscono chiaramente come una causa intimidatoria volta a soffocare ogni critica futura. Greenpeace denuncia da anni il tentativo dell’operatore degli idrocarburi di metterla definitivamente a tacere attraverso l’utilizzo spregiudicato del sistema giudiziario per prosciugare le sue risorse. Se la sentenza dovesse diventare esecutiva senza modifiche, l’intera struttura operativa dell’organizzazione subirebbe un collasso immediato impedendo di fatto la prosecuzione di qualsiasi campagna globale contro il cambiamento climatico.
Greenpeace: la battaglia non finisce qui
La battaglia tuttavia non si ferma qui perché i legali ambientalisti hanno già annunciato l’intenzione di dare battaglia in ogni sede possibile per ribaltare il verdetto. L’organizzazione ha confermato che i propri avvocati chiederanno immediatamente un nuovo processo e sono pronti a presentare ricorso fino alla Corte Suprema del North Dakota.
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