Se 50 coltellate non sono femminicidio
Il caso di Luigia Fortunato riapre il dibattito sulla definizione di femminicidio. Quattro esperte spiegano a Novella 2000 cosa significa riconoscere la violenza di genere. Dalla legge ai centri antiviolenza, un confronto sui segnali e sulle dinamiche della violenza.
Luigia Fortunato aveva 33 anni. È stata uccisa dall’ex marito, che ha confessato il delitto. Eppure, almeno per ora, la Procura non ha contestato il reato di femminicidio previsto dalla nuova legge. Perché? Quando un omicidio di una donna può essere definito, anche dal punto di vista giuridico, un femminicidio?
Da queste domande prende le mosse l’approfondimento firmato da Flavia Caroppo su Novella 2000, che ha raccolto il punto di vista di quattro professioniste impegnate ogni giorno nella lotta alla violenza di genere. Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, sottolinea come, accanto agli strumenti normativi, siano fondamentali una specifica formazione e una sensibilità giuridica e culturale maturata attraverso l’esperienza. Manuela Ulivi, avvocata e fondatrice di CADMI – Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, osserva che oggi le donne conoscono più di un tempo l’esistenza dei centri antiviolenza e vi si rivolgono mediamente prima, spesso già in giovane età, interrompendo più precocemente relazioni violente.
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Il femminicidio non è d’impulso
La sociologa Lella Palladino dal canto suo evidenzia come, nella maggior parte dei casi, il percorso di uscita dalla violenza abbia un esito positivo. L’incontro con un centro antiviolenza rappresenta spesso il momento in cui le donne riescono finalmente a riconoscere e a dare un nome alle violenze subite. Alessandra Kustermann, medico e presidente dell’associazione SVS Donna Aiuta Donna, invita infine a superare la narrazione del cosiddetto “raptus”, spiegando che questi delitti sono quasi sempre il risultato di una lunga escalation di violenze, minacce e controllo esercitati negli anni.
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