Anima e Corpo: il successo logora anche chi ce l’ha
Il successo non logora solo chi non ce l’ha, ma anche chi lo raggiunge, spesso in silenzio. Quando “ce l’hai fatta”, ti ritrovi in un luogo affollato ma solitario, dove ogni errore pesa e la pressione di dover essere sempre all’altezza diventa costante.
di Barbara Fabbroni
C’è una frase che da anni gira ovunque, ripetuta con una punta di sarcasmo e una mezza risata: il successo logora chi non ce l’ha. La si dice per sdrammatizzare, per consolarsi, per mettere a distanza l’invidia. È diventata una battuta, quasi un alibi.
Ma c’è un’altra verità, molto meno raccontata e decisamente meno comoda: il successo logora anche chi ce l’ha. Solo che lo fa piano e, quasi sempre, in silenzio.
Perché il successo, quando arriva, non è solo applausi e riconoscimenti. Non è solo contratti firmati, numeri che crescono, persone che ti cercano. Il successo è anche un posto affollato in cui, paradossalmente, ci si sente soli. È come stare in una stanza piena di occhi puntati addosso, dove ogni parola pesa un po’ di più e ogni passo viene osservato.
Quando “ce l’hai fatta”, scopri che sbagliare diventa un lusso che non puoi più permetterti o almeno, così ti sembra. Un errore, uno solo, può trasformarsi in una caduta rovinosa e la risalita, quella, non è mai scontata.
Il successo cambia il modo in cui gli altri ti guardano e cambia anche il modo in cui tu guardi te stesso. Non sei più solo una persona: diventi un’immagine, una funzione, un ruolo da difendere. Devi essere coerente, credibile, all’altezza. Sempre.
E se inciampi, non inciampi mai in privato. Cadi davanti a tutti e questo, a lungo andare, logora.
Dal punto di vista psicologico, il successo può diventare una trappola identitaria. Una domanda inizia a farsi strada, spesso senza fare rumore: chi sono io, adesso?
Se non sono più quello che lotta, che rincorre, che sogna di arrivare, cosa resta? Molte persone di successo raccontano una sensazione di vuoto che arriva proprio quando, sulla carta, dovrebbero sentirsi complete. È il paradosso della vetta: la raggiungi e ti accorgi che non è un luogo in cui fermarsi. È esposta, ventosa, instabile e la vertigine è sempre lì.
C’è poi la pressione della performance continua. Il successo non ama le pause, non contempla la fragilità. Ogni giorno devi dimostrare di meritartelo, come se fosse un prestito concesso a tempo determinato. Questo produce ansia, ipercontrollo, paura costante di perdere tutto.
Il pensiero non è mai davvero “sono arrivato”, ma piuttosto: quanto durerà?
E poi ci sono le relazioni. Il successo le altera, le complica. Non sempre sai se chi ti sta accanto lo fa per affetto sincero o per ciò che rappresenti. Nasce un sospetto sottile, che non fa rumore ma scava. Ti chiedi se saresti amato allo stesso modo senza il tuo ruolo, senza il tuo nome, senza ciò che possiedi. È una domanda che torna nei momenti meno opportuni, come un’eco fastidiosa che punge quando meno te lo aspetti.
Nel lavoro clinico e nell’osservazione sociale emerge una verità piuttosto chiara: il successo non cura, amplifica. Non è un balsamo. Semmai mette tutto sotto una lente d’ingrandimento. Le ferite diventano più visibili, le insicurezze più rumorose. Quello che eri prima non scompare: si mostra, spesso con più forza.
Eppure di questo si parla poco. Perché dire che il successo fa male sembra quasi un’ingiustizia verso chi fatica ad arrivare a fine mese. Ma il dolore non è una competizione. La sofferenza non si misura in base alla notorietà o al conto in banca. Esiste. Punto.
Forse il problema non è il successo in sé, ma l’idea tossica che gli abbiamo cucito addosso: quella che dovrebbe renderci finalmente felici, al sicuro, appagati. Quando questo non accade, arriva la vergogna. Con tutto quello che ho, come posso stare male? Ed è lì che il successo smette di brillare e comincia a pesare.
Il successo logora anche chi ce l’ha quando diventa l’unico modo per sentirsi degni. Quando prende il posto dell’identità, quando non concede il diritto di essere stanchi, fragili, imperfetti. Quando il cedimento non è ammesso.
Forse la vera rivoluzione è smettere di coincidere del tutto con il proprio successo. Imparare a viverlo come una parte della vita, non come tutta la vita. Ricordarsi che valiamo anche quando non performiamo, quando non convinciamo, quando non piacciamo.
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