La criminologa punta il dito contro gli odiatori seriali: ecco perché i commenti social possono diventare armi letali

Il tragico suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno non è solo un fatto di cronaca nera, è la fotografia di una società che ha smarrito il senso del limite. Sulla vicenda è intervenuta Roberta Bruzzone con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: siamo davanti a una vera e propria scena di violenza di massa. Mentre una famiglia veniva distrutta dal dolore e dall’orrore, sul web si scatenava il peggio dell’animo umano. Messaggi d’odio, insulti e sentenze sommarie riversati contro una madre già devastata, una tempesta di fango che si è fermata solo quando il dramma è diventato irreversibile.

 Lo specchio clinico degli hater: frustrazione e sadismo

L’analisi della Bruzzone scava nella mente di chi usa la tastiera come un’arma. Secondo la criminologa, chi vomita insulti nascondendosi dietro uno schermo non è una persona “sincera” o “senza peli sulla lingua”, ma qualcuno che manifesta gravi problemi emotivi. Si parla di disregolazione affettiva, di vuoti di identità che vengono colmati attraverso l’umiliazione altrui. In termini clinici, molti di questi odiatori avrebbero bisogno di un percorso terapeutico, non di un profilo social. Il web, con la sua illusione di impunità, ha trasformato il sadismo in una pratica quotidiana normalizzata.

 Quando le parole uccidono: il peso della responsabilità

Il punto centrale della riflessione è l’illusione che un commento sia “solo aria”. Non è così. L’odio reiterato è una forma di persecuzione che lascia ferite profonde quanto quelle fisiche. La cultura dell’aggressione digitale, alimentata da una totale mancanza di empatia, ha creato un clima in cui la libertà di espressione viene confusa con il diritto di distruggere l’altro. La Bruzzone è categorica: cancellare un messaggio dopo che la tragedia si è compiuta è un gesto inutile e ipocrita. Il danno è fatto, e la responsabilità è collettiva.

 Una società che normalizza il mostro

Se restiamo a guardare mentre la gogna mediatica divora vite umane, diventiamo complici. Il problema, secondo l’esperta, non sono solo i singoli “leoni da tastiera”, ma un sistema sociale che giustifica e tollera questi comportamenti finché non scappa il morto. Non bastano le scuse postume né l’indignazione dell’ultimo minuto. Questa vicenda ci mette davanti a una verità scomoda: le parole hanno un peso specifico enorme e, nel silenzio assordante della rete, possono diventare complici di un suicidio. Tutto il resto, come dice la Bruzzone, sono solo scuse di cui non sappiamo più cosa farcene.

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