Viaggio nel cuore del memoriale della Shoah di Milano, dove il dolore si è trasformato in pietra per chiederci di non voltare mai più lo sguardo

Camminare oggi tra i binari della Stazione Centrale di Milano, tra pendolari che corrono e turisti carichi di valigie, rende difficile immaginare che proprio sotto i nostri piedi esista un luogo dove il tempo si è fermato in modo atroce. Eppure, basta scendere in via Ferrante Aporti per trovarsi davanti al Binario 21. Non è un binario come gli altri: tra il 1943 e il 1945 è stato il punto di partenza verso l’inferno per migliaia di persone. La cosa che fa più male? È stato progettato per essere invisibile, nascosto agli occhi della città.

La logistica dell’orrore nascosta nel ventre di Milano

Il Binario 21 era originariamente dedicato ai treni postali. La sua posizione sotterranea era perfetta per i nazifascisti: permetteva di caricare esseri umani sui vagoni in totale discrezione, lontano dal trambusto delle banchine passeggeri. I prigionieri, venivano stipati in carri bestiame che poi, grazie a un enorme ascensore montavagoni, venivano sollevati per essere agganciati alle locomotive. Un meccanismo freddo e spaventoso, ideato per trattare gli uomini come se fossero semplice merce da spedire al macero.

Il quartier generale del male e la “soluzione finale”

Dopo l’armistizio del ’43, Milano divenne un centro nevralgico per l’occupazione tedesca. I nazisti si stabilirono all’Hotel Regina, trasformandolo nel centro di comando della Gestapo. Da lì, il capitano Theodor Saevecke coordinava le deportazioni. Le destinazioni erano studiate a tavolino: chi era ebreo finiva quasi sempre ad Auschwitz-Birkenau, passando magari per campi di transito italiani come Fossoli o Bolzano. Per i prigionieri politici, i partigiani o chiunque osasse dire di no al regime, la meta era spesso Mauthausen. Era un sistema oliato, che non ammetteva eccezioni, figlio di un odio che cercava di nascondere il fallimento bellico attraverso lo sterminio sistematico.

Quella tragica mattina del 30 gennaio 1944

Se c’è una data che pesa più delle altre sul Binario 21, è quella del 30 gennaio 1944. Quel giorno partì uno dei trasporti più disumani: 605 persone, tutte di famiglia ebrea, ammassate nei vagoni. Tra loro c’era una ragazzina di nome Liliana Segre. Al loro arrivo ad Auschwitz, 477 di loro furono mandati direttamente alle camere a gas. Di quel treno, solo 22 persone tornarono a casa (14 uomini e 8 donne). È un numero che gela il sangue e che ci ricorda quanto la vita umana potesse essere considerata nulla in quegli anni di follia collettiva.

Un muro contro l’indifferenza per non smettere di ricordare

Oggi il Binario 21 non è un museo polveroso, ma il Memoriale della Shoah. Inaugurato nel 2013, il progetto ha voluto mantenere intatte le strutture originali per farci “sentire” il peso del luogo. All’ingresso campeggia una parola enorme: indifferenza. È il monito di Liliana Segre, diventata nel frattempo Senatrice a vita, per ricordarci che il male non vince solo per cattiveria, ma soprattutto per il silenzio di chi guarda e non fa nulla. All’interno si trovano il Muro dei Nomi, dove ogni identità è un pezzetto di storia strappato all’oblio, e la Sala delle Testimonianze, dove le voci dei sopravvissuti continuano a risuonare per chiederci di essere, oggi, testimoni consapevoli.

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