Funerali per cinque delle sei vittime italiane, scuole ferme per un minuto di raccoglimento. Undici feriti restano ricoverati a Milano, molti in condizioni gravissime. Intanto emergono gravi omissioni sui controlli di sicurezza

L’Italia si ferma: il giorno dei funerali

Oggi l’Italia accompagna nel silenzio cinque delle sei vittime italiane del rogo di Crans-Montana: nel capoluogo lombardo le esequie di Achille Barosi e Chiara Costanzo, a Bologna l’addio a Giovanni Tamburi, l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti a Roma. Per Sofia Prosperi l’addio a Lugano. Le scuole osservano un minuto di raccoglimento, i comuni espongono il lutto, le comunità si stringono attorno alle famiglie. Venerdì si terrà la commemorazione ufficiale: sono attesi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente francese Emmanuel Macron, a suggellare con la presenza istituzionale una ferita che ha oltrepassato i confini. Non è soltanto un momento di cordoglio. È il giorno in cui il dolore si fa collettivo e chiede risposte. Le bare, allineate, diventano domande: come è stato possibile? Perché nessuno ha fermato ciò che ora appare evitabile?

 

I feriti al Niguarda: una lotta contro il tempo

All’ospedale Niguarda di Milano sono ricoverate undici persone rimaste ferite nella notte di Capodanno. Nove sono minorenni. Sei pazienti sono in terapia intensiva, cinque nel reparto grandi ustionati. Nessuno può essere dichiarato fuori pericolo. I tempi di recupero, già ora, vengono definiti lunghi.

Il professor Giampaolo Casella, direttore di anestesia e rianimazione, parla con la prudenza di chi conosce il confine sottile tra stabilità e precipizio: in casi come questi si “naviga a vista”. Le ustioni sono estese e profonde. A complicare il quadro, le gravi lesioni polmonari causate dall’inalazione dei fumi tossici. Tre pazienti, in particolare, restano in condizioni estremamente critiche.

 

Due ragazzi ancora in Svizzera: trasferimento troppo rischioso

Due giovani italiani sono ancora ricoverati in Svizzera. Le loro condizioni non permettono un trasferimento in sicurezza. Ogni spostamento rappresenterebbe un rischio ulteriore per organismi già provati da ustioni e insufficienze respiratorie.

Accanto ai letti di ospedale, intanto, si combatte un’altra battaglia: quella psicologica. I genitori vengono seguiti da un’équipe di specialisti che li accompagna in un’altalena emotiva fatta di disperazione, attese, spiragli di speranza e ricadute improvvise. È un dolore senza manuale d’istruzioni.

Controlli mai fatti: le ammissioni del Comune

A Crans-Montana emerge una verità che pesa come una condanna morale. Il Comune ha ammesso che negli ultimi cinque anni non era stato effettuato alcun controllo sui sistemi di sicurezza del locale Constellation, teatro dell’incendio. Lo ha dichiarato il sindaco Nicolas Féraud durante una conferenza stampa: i controlli periodici non sono stati svolti tra il 2020 e il 2025.

Una lacuna che l’amministrazione ha scoperto – parole sue – solo consultando i documenti consegnati al pubblico ministero. Un’ammissione tardiva, arrivata quando ormai il conto delle vittime è irreversibile.

 

Troppo tardi per correre ai ripari

Dopo la tragedia, l’amministrazione comunale ha vietato l’uso di fuochi pirotecnici di qualsiasi tipo e incaricato un ufficio esterno di verificare, “senza indugio”, la sicurezza di tutti i 128 esercizi pubblici del territorio, compresa la qualità dei materiali.

Provvedimenti necessari, ma tardivi. Perché il tempo delle ispezioni preventive è scaduto insieme alle vite spezzate. Quando il sindaco aveva parlato di “dispiacere” per le carenze emerse, l’aggettivo era apparso insufficiente. In seguito ha corretto il tono: “Ho vissuto questa settimana in modo estremamente difficile. È qualcosa che so sarà insormontabile e porterò questo fardello per tutta la vita”.

Parole che raccontano un peso personale, ma che non cancellano il nodo centrale: l’assenza di controlli ha trasformato una notte di festa in una catastrofe con 40 morti e 116 feriti, molti dei quali in condizioni gravissime.

 

Una tragedia che chiede giustizia

Crans-Montana non è più soltanto un nome su una mappa alpina. È diventato il simbolo di ciò che accade quando la sicurezza viene trascurata e la burocrazia abbassa la guardia. Le bare, le corsie d’ospedale, le famiglie sospese tra speranza e paura: tutto chiede una sola cosa, oltre al rispetto del lutto. Chiede verità. Perché il dolore, quando è così grande, non si limita a essere pianto. Pretende responsabilità.

@IPA