di Don Davide Banzato

Una controversia amministrativa a Montella apre una riflessione profonda sul legame inscindibile tra benessere fisico e fede

Negli ultimi giorni la piccola cittadina di Montella (Avellino), in Irpinia, è stata al centro di un acceso dibattito che coinvolge la comunità civile e quella religiosa. Al centro della vicenda c’è il Convento di San Francesco a Folloni, luogo di preghiera e di storia che affonda le sue radici nella spiritualità francescana e custodisce una preziosa biblioteca con oltre 30mila volumi antichi e opere d’arte.

L’Amministrazione comunale ha avviato, con i finanziamenti del PNRR, un progetto per realizzare nell’area adiacente al convento un ospedale di comunità, struttura sanitaria destinata a rispondere ai bisogni di cura e assistenza del territorio. Il priore dei frati ha resistito, mettendo una catena all’ingresso per impedire alle ruspe di entrare e l’accesso è stato bloccato in attesa di definire la situazione proprietaria e i termini dell’accordo con le istituzioni.

Questa cronaca, che potrebbe apparire come una semplice controversia amministrativa, in realtà ci invita a porci una domanda più profonda: qual è il senso vero della salute? E che rapporto c’è tra la dimensione spirituale e quella fisica della vita umana?

Conosco bene Montella e sono legato a questo territorio straordinario, immerso nel verde, tra monti, roccia, castagneti, arte e cultura. A volte mi ritiro in preghiera nel Santuario del Santissimo Salvatore, a 900 metri di altitudine, che domina la vallata. Un santuario dove la campana che suona è simbolo della voce delle persone che si rivolgono al Cielo e, allo stesso tempo, carezza dall’alto che raggiunge il cuore degli abitanti. Quella campana l’ho suonata anch’io, partecipando alle celebrazioni e vivendo tempi di ritiro spirituale. Ho visitato anche il convento al centro della diatriba.

Sulla vicenda non voglio entrare a gamba tesa. Mi mancano elementi e verranno approfonditi negli ambiti preposti. Ma prendo spunto da quanto sta accadendo per una riflessione di fondo.

Spesso si sente dire, quasi automaticamente, che bisogna prima curare il corpo e poi pensare alla spiritualità. È una visione che separa nettamente “salute fisica” e “salute spirituale”, come se fossero due realtà distinte, addirittura in competizione. Ma questa contrapposizione non regge né alla luce della visione cristiana dell’uomo né alla luce di quanto emerge dagli studi contemporanei sulla salute integrale della persona.

Il Vangelo ci introduce a una comprensione unitaria dell’essere umano. Gesù non considera mai la persona come un corpo da curare e un’anima da trascurare: la sua azione si rivolge all’uomo intero. Il paralitico viene prima perdonato e poi guarito. La donna malata trova nel suo atto di fede una salvezza che abbraccia corpo e cuore. Per la visione orientale, che ritroviamo anche nel pensiero e nell’agire di Gesù, corpo, anima e mente sono un tutt’uno. Non a caso in ebraico la parola “leb” indica il cuore, ma anche l’intelletto, la coscienza, i sentimenti, il centro profondo della persona.

È una prospettiva diversa da quella greco-latina, dalla quale si sviluppa la nostra visione occidentale, più analitica e portata a separare. Questo lo vediamo anche nella sanità: sempre più specialisti di singoli settori e sempre meno una visione complessiva della persona. Eppure oggi si sta facendo strada, anche in ambito medico, un ritorno a una visione integrata.

La ricerca scientifica evidenzia che pratiche come la preghiera e la meditazione possono incidere su ansia, stress, pressione sanguigna, frequenza cardiaca e benessere psicologico. L’esperienza spirituale autentica non è un “accessorio”, ma può avere effetti concreti sulla salute complessiva.

Questo non significa sminuire il ruolo indispensabile della medicina. Ma ricordare che la persona non è un insieme di parti da trattare separatamente. Non possiamo pensare di salvare il corpo ignorando l’anima.

Una società sana non è fatta soltanto di servizi sanitari efficienti. È fatta di comunità che custodiscono luoghi di preghiera, di silenzio, di ascolto, di senso. Questo non è un lusso, ma un diritto fondamentale.

Al di là delle questioni burocratiche resta una questione di visione: l’essere umano è corpo, anima e mente. Separarle non rende una scelta più giusta o più moderna. La rende più povera.

La salute è un bene complesso e integrale. Custodire la spiritualità di una comunità non è un privilegio: è condizione di vera salute per tutti.

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