27 gennaio: perché oggi celebriamo il Giorno della Memoria e cos’è la Shoah
Oltre la Shoah: il significato di una ricorrenza che ci interroga sulla nostra coscienza e sul valore della libertà Ogni…
Oltre la Shoah: il significato di una ricorrenza che ci interroga sulla nostra coscienza e sul valore della libertà
Ogni anno, quando arriva il 27 gennaio, ci fermiamo un attimo. Non è solo una ricorrenza sul calendario o un obbligo istituzionale; è un appuntamento con la nostra coscienza. Ma perché proprio quel giorno? Tutto risale a quella mattina del 1945, quando i soldati sovietici abbatterono i cancelli di Auschwitz-Birkenau. Quello che trovarono dietro quel filo spinato non era solo un campo di prigionia, ma la prova tangibile di quanto in basso possa cadere l’essere umano. Da quel momento, il mondo non ha più potuto dire “non sapevo”.
Shoah o Olocausto: perché le parole che usiamo sono importanti
Spesso usiamo questi due termini come sinonimi, ma c’è una differenza che vale la pena sottolineare. “Olocausto” deriva dal greco e richiama l’idea di un sacrificio religioso, un’offerta bruciata agli dei. Ma in quello che accadde nei lager non c’era nulla di sacro. Ecco perché oggi si preferisce quasi sempre “Shoah”, una parola ebraica che significa “catastrofe”, “tempesta devastante”. È un termine nudo, crudo, che descrive perfettamente il vuoto lasciato dalla distruzione di sei milioni di persone. Usare “Shoah” significa riconoscere che è stato un crimine senza precedenti.
Com’è nata questa giornata: dalla legge italiana all’ONU
Molti pensano che il Giorno della Memoria sia nato “ieri”, ma il percorso è stato lungo. In Italia, ci siamo mossi prima delle Nazioni Unite: era il luglio del 2000 quando lo Stato approvò la legge 211 per istituire ufficialmente questa ricorrenza. Solo cinque anni più tardi, nel 2005, l’ONU ha deciso di rendere questa data internazionale. L’obiettivo non era solo quello di deporre corone di fiori, ma di studiare le leggi razziali, ricordare la follia della deportazione e, soprattutto, rendere onore ai “Giusti”: quelle persone normali che, rischiando tutto, hanno scelto di nascondere un vicino o aiutare uno sconosciuto, dimostrando che restare umani è sempre possibile.
Auschwitz e quel silenzio che ancora urla
Quando i russi entrarono ad Auschwitz, trovarono solo poche migliaia di sopravvissuti, scheletri viventi che a malapena riuscivano a capire di essere liberi. I nazisti avevano cercato di cancellare le tracce, distruggendo i forni e costringendo migliaia di prigionieri nelle terribili “marce della morte”. Celebrare il 27 gennaio significa impedire che quel tentativo di cancellazione abbia successo. Ricordiamo i nomi, le storie e persino i piccoli oggetti quotidiani conservati nei musei, perché ogni dettaglio è un pezzetto di verità che si oppone al negazionismo.
Perché continuare a ricordare nel mondo di oggi?
A volte qualcuno si chiede se abbia ancora senso parlare di fatti avvenuti ottantuno anni fa. La risposta, purtroppo, è sì. Ricordare la Shoah non serve solo a onorare chi non c’è più, ma a tenere alta la guardia contro l’indifferenza, quel virus silenzioso che Liliana Segre cita spesso come il vero complice di ogni massacro. In un’epoca di notizie veloci e memoria corta, il Giorno della Memoria ci obbliga a fermarci e a chiederci: “Cosa avrei fatto io al loro posto?”. Finché continueremo a porci questa domanda, la memoria sarà viva e non solo un capitolo di un libro di storia.
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