Bon Ton, imparare a scusare: perdono ma non dimentico
La principessa Maria Pia Ruspoli Una riflessione intensa e profonda della Principessa Maria Pia Ruspoli su come gestire le ferite…
La principessa Maria Pia Ruspoli
Una riflessione intensa e profonda della Principessa Maria Pia Ruspoli su come gestire le ferite del passato senza restarne prigionieri, distinguendo tra il lasciare andare e il proteggere se stessi
Perdonare non è cancellare. Questa frase, semplice ma profonda, è il cuore di una verità a cui sono arrivato con fatica: il perdono autentico non annulla ciò che è stato, non riduce a zero la storia che ci ha ferito; piuttosto trasforma il rapporto che abbiamo con quella ferita. Quando decido di perdonare, compio un atto rivolto prima di tutto a me stesso.
Spesso confondiamo il perdono con l’obbligo sociale di ricucire rapporti o con la resa al torto subito. In realtà, perdonare significa liberarsi dal peso del rancore che logora, ingessa il presente e avvelena il futuro. È un gesto di responsabilità interiore: scelgo di non lasciarmi definire da ciò che è accaduto, scelgo di non investire più energie emotive in chi mi ha fatto del male. Questo non significa minimizzare il danno o ignorare la sofferenza: riconosco la verità dell’offesa, la peso, la valuto, ma rifiuto di restare prigioniero della sua eco.
Non dimenticare, però, non è contrario al perdono: è la sua compagna prudente. La memoria ha una funzione protettiva: conserva l’esperienza per impedire che si ripeta, insegna ai nostri limiti e rinforza i confini che ci aiutano a non essere nuovamente vulnerabili. Dimenticare sarebbe ingenuo quando la dimenticanza significa esporci a rischi già incontrati. Ricordare è quindi un atto di saggezza, non di vendetta. È la lezione che ci tiene attenti, è la bussola che guida le nostre scelte future.
Esistono poi forme di perdono che riguardano la riconciliazione e altre che ne sono indipendenti. Posso perdonare interiormente senza riaprire relazioni che si sono dimostrate nocive. Il perdono non impone fiducia ricostruita né obbliga a riaprire porte che è meglio tenere chiuse. In certi casi, il vero rispetto per me stesso passa anche per il mantenimento di distanza, per la tutela della mia integrità.
Perdonare e non dimenticare insieme significa allora avere il coraggio di lasciar andare il rancore, pur restando realistici sulle condizioni in cui mi muovo. Dal punto di vista morale, perdonare è un atto di grande generosità perché rinuncia alla logica del contrappasso: non rispondo al male con il male, interrompo la catena della ritorsione. Ma la generosità richiede discernimento. Un perdono che non tiene conto della verità e della giustizia può diventare complice o superficiale. Perciò il perdono maturo convive con la memoria che chiede responsabilità: riconoscere l’errore, chiedere scusa, riparare quando possibile. Se la controparte non mostra questo cammino, il perdono resta possibile come scelta interiore, ma la memoria ci suggerirà di non abbassare la guardia.
A livello personale, perdonare mi ha insegnato che il risentimento è una prigione con mura invisibili: sembra proteggermi ma in realtà mi sottrae energia, tempo e serenità. Perdonare è aprire una finestra su spazi più vasti, è liberare risorse per costruire relazioni più sane. Ricordare, invece, mantiene viva la lezione: mi impedisce di glorificare il passato o di idealizzare chi ha sbagliato. Ricordare è quindi atto di maturità che dà consistenza al perdono.
Nel tessuto sociale, questo equilibrio è fondamentale. Perdonare senza memoria può facilitare l’impunità; ricordare senza perdono può mantenere cicli di rancore e divisione. La comunità sana impara a bilanciare entrambe le inclinazioni: promuove il riconoscimento, facilita la riparazione, ma difende anche le vittime e tutela i più vulnerabili. In questo quadro, il perdono non è una formula magica che elimina il conflitto, bensì uno strumento etico: smuove dal desiderio di vendetta e apre la possibilità del cambiamento, ma richiede istituzioni e pratiche che preservino giustizia e memoria collettiva.
In conclusione, perdonare ma non dimenticare è una pratica di libertà e di responsabilità. È la scelta di non restare intrappolati nel dolore, pur imparando da esso. È riconoscere che la memoria non è un ostacolo al perdono, ma il terreno su cui il perdono può maturare in modo sano e duraturo. Perdonare significa spesso rinunciare all’illusione di poter cambiare il passato; ricordare significa usare quel passato per orientare il futuro. Se riusciamo a tenere insieme queste due verità, viviamo con meno peso e con più chiarezza morale.
Alcuni esempi pratici sulle condizioni che rendono moralmente preferibile il perdono: pentimento autentico e riparazione possibile, con scuse sincere, assunzione di responsabilità e azioni concrete per rimediare. Ad esempio, un collega che ammette un errore, corregge il danno e cambia comportamento: il perdono allora sostiene la giustizia riparativa e non legittima l’offesa.
La gravità contenuta dell’offesa: offese lievi o frutto di negligenza o emozione hanno meno conseguenze durature. Dimenticare può essere prudente solo se non mette in pericolo te o altri e se c’è un’assenza di rischio di reiterazione. Se l’offensore non ha motivi o contesto per ripetere il comportamento, il perdono è più sicuro. È utile valutare la storia passata e i segnali di cambiamento, soprattutto quando la riconciliazione favorisce il benessere familiare, lavorativo o comunitario, e tutte le parti vogliono ricostruire. Attenzione però: il bene collettivo non deve sacrificare la dignità o la protezione delle vittime. Il perdono deve essere volontario, non imposto da pressioni culturali, religiose o economiche. Se la persona si sente costretta, il gesto perde moralità e può essere dannoso.
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