Di Barbara Fabbroni

Catcalling: una forma rozza e naïf di complimento, ma anche un’interazione non consensuale che può ferire e creare disagio. Ce ne parla la psicologa Barbara Fabbroni

Succede in pochi secondi. Una strada, un passo, un corpo che attraversa lo spazio pubblico senza chiedere attenzione. Poi una voce. Un fischio. Una frase che non apre un dialogo, ma lo interrompe. È in quell’istante che qualcosa cambia. Non fuori, dentro.

 

Il catcalling non è solo ciò che viene detto. È ciò che accade emotivamente a chi lo riceve. È un micro–evento che si deposita nel corpo come una piccola scossa: le spalle si irrigidiscono, il passo accelera, lo sguardo cerca vie di fuga. Non sempre c’è paura. A volte c’è fastidio, altre volte rabbia, altre ancora una stanchezza profonda. Ma quasi sempre c’è una sensazione comune: non aver scelto.

 

Da un punto di vista psicologico, il cuore del problema è proprio questo. Il catcalling è un’interazione non consensuale. Non nasce da uno scambio, ma da un’irruzione. È un messaggio lanciato senza verificare se l’altro è disponibile a riceverlo. E quando un’esperienza si impone senza consenso, il sistema emotivo entra in modalità difensiva. Anche se “non è successo niente”.

 

Culturalmente, il catcalling è stato a lungo raccontato come folklore. Un gesto colorito, una forma rozza ma genuina di apprezzamento. In alcune narrazioni, soprattutto quelle più nostalgiche, viene persino dipinto come un complimento maldestro, da accettare con indulgenza. Ma la cultura, quando non viene interrogata, rischia di diventare una gabbia. Perché normalizzare un comportamento non significa renderlo innocuo.

 

Emotivamente, il catcalling lavora in profondità. Non ferisce solo nel momento in cui accade, ma per accumulo. È la somma delle volte in cui il corpo diventa oggetto di commento. È la ripetizione di un messaggio implicito: “sei visibile prima come corpo, poi forse come persona”. Questo, nel tempo, modella il modo in cui ci si muove, ci si veste, ci si espone. Non per vanità, ma per autoprotezione.

 

Dal punto di vista psicologico, è interessante notare come molte persone che subiscono catcalling minimizzino la propria reazione. “Non è niente”, “sono solo parole”, “forse esagero”. Questa auto–svalutazione non nasce dal nulla: è il risultato di un clima culturale che tende a delegittimare il disagio quando non è plateale, quando non lascia lividi visibili. Ma il disagio emotivo non ha bisogno di essere estremo per essere reale.

 

Chi difende il catcalling spesso richiama l’intenzione: “Non volevo offendere”, “Era un complimento”. Ma l’intenzione, in psicologia, non basta. Conta l’effetto. Conta come quella frase atterra nell’altro, non come nasce in chi la pronuncia. Un gesto può essere leggero per chi lo compie e pesante per chi lo riceve. E ignorare questo scarto è una forma di cecità emotiva.

 

C’è poi una dimensione più profonda, quasi simbolica. Il catcalling dice qualcosa sul rapporto tra individuo e spazio pubblico. Per alcune persone, lo spazio è neutro. Per altre, è un territorio da attraversare con cautela. Il catcalling contribuisce a questa asimmetria: ricorda che non tutti abitano le strade allo stesso modo, con lo stesso grado di libertà interiore.

 

È davvero sempre negativo? La risposta non è binaria. Non si tratta di demonizzare ogni espressione di attrazione, ma di distinguere. Tra incontro e invasione. Tra parola che cerca relazione e parola che si impone. Tra desiderio che ascolta e desiderio che occupa.

 

Dal punto di vista emotivo, ciò che fa la differenza è la reciprocità. Uno sguardo che incontra un altro sguardo. Un sorriso restituito. Un contesto che permette uno scambio. Il catcalling, invece, nasce proprio dove la reciprocità è assente. E dove manca reciprocità, nasce disagio.

 

Culturalmente, siamo in un tempo di transizione. Stiamo imparando a nominare ciò che prima veniva silenziato o normalizzato. Questo processo genera resistenze, ironie, fastidio. Ma è un passaggio necessario. Perché ogni volta che una persona può attraversare lo spazio pubblico senza sentirsi valutata, commentata, ridotta, qualcosa si allenta anche dentro.

 

Il catcalling non è negativo perché parla di desiderio. È negativo quando ignora l’altro. Quando trasforma il corpo in territorio pubblico. Quando chiede tolleranza invece di relazione. E forse la vera domanda non è se sia davvero così negativo, ma se siamo pronti a immaginare forme di incontro più mature, in cui l’attrazione non abbia bisogno di invadere per esistere.

 

Perché il rispetto, a ben vedere, non spegne nulla. Al contrario, crea lo spazio perché qualcosa di autentico possa accadere.

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