Cecere condannata per l’omicidio di Nada Cella dopo quasi trent’anni: il commento per Novella della scrittrice Laura Marinaro
La Corte d’Assise emette una sentenza storica che riscrive la verità sul delitto dello studio Soracco La giustizia ha finalmente…
La Corte d’Assise emette una sentenza storica che riscrive la verità sul delitto dello studio Soracco
La giustizia ha finalmente spezzato il silenzio che avvolgeva via Marsala a Chiavari dal lontano maggio del 1996, scrivendo una pagina definitiva sul caso di Nada Cella. I giudici della Corte d’Assise di Genova hanno condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di reclusione. Ritenuta colpevole del massacro della giovane segretaria.
«Atlantide isola persa e ritrovata» ci racconta la scrittrice e giornalista specializzata in crime Laura Marinaro (“La Zia in Giallo” su YouTube) che ha seguito la vicenda fin dall’inizio. «Così ha scritto sui social Antonella Delfino Pesce, la criminologa che insieme all’avvocato Franzone e soprattutto con mamma Silvana si sono battute per anni per risolvere il cold case dell’omicidio di Nada Cella. Per me quella frase dice tutto. Dice quanto queste donne siano state coraggiose e determinate e quanto abbiano creduto in una giustizia che alla fine è arrivata».
«La condanna di Anna Lucia Cecere» prosegue Marinaro «è una risposta ad una giustizia corretta come ha detto la cugina di Nada, Silvia Cella. E coraggiosa è stata la Procuratrice Dotto e la Polizia che hanno indagato senza una prova scientifica “regina” ma in modo tradizionale con testimonianze, ricostruzioni, evidenze e indagini sul territorio. Ora ci sarà l’appello ma per queste donne e per Nada è una vittoria».
«Comunque» conclude la scrittrice «non felice perché questa splendida ragazza non c’è più, ma serena perché la giustizia ripara anche il dolore».
La sentenza giunge al termine di un processo complesso che ha cercato di ricomporre i frammenti di una mattinata di follia rimasta senza colpevoli per quasi tre decenni.
Quel 6 maggio di 29 anni fa
Il delitto si consumò il 6 maggio di 29 anni fa, quando Nada Cella venne ritrovata agonizzante sul pavimento dello studio del commercialista Marco Soracco. Le ferite riportate dalla vittima raccontavano di una violenza inaudita, sferrata con un oggetto contundente che non fu mai ritrovato dagli investigatori dell’epoca. Nonostante i sospetti iniziali si fossero subito concentrati sulla Cecere, l’indagine subì un brusco rallentamento a causa di sottovalutazioni investigative. Questo permise all’imputata di rifarsi una vita lontano dalla Liguria.
Due anni a Marco Soracco per favoreggiamento
I magistrati hanno analizzato con estrema attenzione il ruolo delle persone vicine alla vittima, decidendo di condannare a due anni di reclusione anche Marco Soracco per il reato di favoreggiamento. Secondo la ricostruzione processuale, il professionista avrebbe omesso dettagli fondamentali per sviare le indagini e proteggere una rete di silenzi che ha protetto l’assassina per troppo tempo. La Procura aveva inizialmente richiesto l’ergastolo per l’ex insegnante, sottolineando la crudeltà dell’azione e la mancanza di pentimento dimostrata durante l’intero arco della lunga vicenda giudiziaria.
La storia nasce da una presunta gelosia morbosa che la Cecere nutriva nei confronti della posizione lavorativa e personale ricoperta dalla giovane segretaria. La riapertura del caso, avvenuta grazie alla determinazione della famiglia Cella e alle nuove tecnologie forensi, ha permesso di valorizzare testimonianze dell’epoca. La difesa dell’imputata ha tentato fino all’ultimo di smontare il castello accusatorio, ma le prove raccolte dalla pm Gabriella Dotto hanno convinto i giudici della colpevolezza della donna.
Questa sentenza rappresenta un momento di profonda commozione per la madre di Nada, la quale non ha mai smesso di lottare per ottenere un nome e un volto per l’assassino di sua figlia. Sebbene la condanna non possa restituire la vita alla giovane vittima, essa mette fine a una delle pagine più buie e controverse della cronaca nera italiana recente. Il verdetto di primo grado stabilisce ora un punto fermo, restituendo dignità a una ragazza che è stata vittima due volte, prima della violenza e poi dell’oblio istituzionale.
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