La ricostruzione del delitto di La Spezia tra la confessione dell’aggressore e le pesanti accuse dei familiari sulla sicurezza scolastica

Il corridoio dell’Istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia è diventato il palcoscenico di un dramma assurdo che ha strappato alla vita il diciottenne Youssef Abanoub. La violenza è esplosa improvvisamente tra le mura scolastiche quando Zouhair Atif, uno studente diciannovenne residente ad Arcola, ha sferrato fendenti fatali contro il suo compagno di scuola. Gli inquirenti hanno subito stretto il cerchio attorno al giovane marocchino che non avrebbe opposto resistenza durante le prime fasi concitate del fermo di polizia. Le autorità hanno ricostruito un quadro agghiacciante dove la quotidianità dello studio ha lasciato spazio a una rabbia cieca e apparentemente premeditata da tempo.

Tutto per una foto sui social

Il presunto movente dietro questo gesto estremo risiederebbe in una gelosia tossica alimentata dalla pubblicazione di una fotografia scattata insieme a una ragazza sui social network. Secondo le indiscrezioni trapelate durante l’arresto, Atif avrebbe ammesso apertamente la volontà di uccidere il coetaneo perché colpevole di aver osato mostrare pubblicamente quel legame digitale. La vittima avrebbe dunque pagato con la vita uno scatto fotografico che l’aggressore considerava un affronto personale intollerabile e una violazione del proprio possesso sentimentale. Questa confessione immediata ha gettato un’ombra inquietante sulle dinamiche relazionali tra i giovani coinvolti che frequentavano regolarmente lo stesso istituto tecnico spezzino.

Dolore e rabbia

Tuttavia la versione dell’omicida si scontra duramente con le testimonianze degli amici e dei parenti stretti di Youssef che descrivono un ragazzo molto diverso. La famiglia afferma infatti che il giovane egiziano non frequentava abitualmente le piattaforme social e che quella presunta immagine risalirebbe in realtà a diversi anni fa. Questo dettaglio suggerisce che la furia di Atif possa essere scaturita da un pretesto infondato o da un ricordo distorto dal tempo e dal rancore. Il dolore dei familiari si mescola alla rabbia per una tragedia che forse si poteva evitare attraverso un controllo più attento degli studenti.

Un retroscena ancora più inquietante emerge dalle parole dello zio di Youssef che denuncia una situazione di pericolo già nota tra i banchi di scuola. L’uomo sostiene con fermezza che l’aggressore portasse abitualmente un coltello in classe e che molti compagni di scuola fossero a conoscenza di questa pessima abitudine. Se queste dichiarazioni trovassero conferma ufficiale, si aprirebbe un capitolo buio sulla vigilanza interna all’istituto e sulla mancata segnalazione di un comportamento così rischioso. La comunità scolastica rimane ora in attesa di risposte chiare mentre piange la scomparsa di un giovane studente ucciso per una banale fotografia.

Dario Lessa

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