27 gennaio, Giorno della Memoria: Don Davide Banzato scrive per Novella 2000
Le parole di Don Davide Banzato per Novella 2000 ci offre uno spunto di riflessione sulla giornata della memoria
Don Davide Banzato scrive per Novella2000 e a proposito del Giorno della Memoria ci esorta a riflettere sul passato e scegliere la giustizia contro l’indifferenza
La Giornata della memoria, Don Davide Banzato ne parla su Novella 2000
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, non è una data qualunque. È una ferita aperta nella storia dell’umanità, ma anche una soglia: sta a noi decidere se attraversarla distrattamente o lasciarci interrogare fino in fondo. Possiamo limitarci a celebrarla come una ricorrenza tra le tante, oppure fermarci a riflettere in modo serio e profondo.
La memoria come occasione per riflettere sul passato
Diventa sempre più difficile farlo, anche perché mai avremmo immaginato di vivere un tempo come il nostro, con circa 60 guerre e oltre 600 conflitti nel mondo. Ma non è solo questo. Viviamo immersi in una polarizzazione costante: pro o contro, senza mai entrare davvero nel merito. Pro o contro i vaccini. Pro o contro questo o quel Papa. Destra o sinistra. E intanto, vicino a noi, si consumano atrocità inimmaginabili e guerre dimenticate. La storia ci giudicherà. E ci dirà che noi, oggi, a differenza del passato, non possiamo dire: “Non lo sapevamo”. Siamo nell’epoca della comunicazione globale. E come Papa Francesco ci ha ricordato più volte, stiamo globalizzando l’indifferenza. Stiamo normalizzando il dolore, l’odio, la sofferenza. Questo è inaccettabile.
Ecco perché oggi, più che mai, il Giorno della Memoria va vissuto fino in fondo. Deve diventare occasione di una riflessione autentica, capace di spogliarci di odi, pregiudizi, visioni parziali e polarizzazioni. Il male va condannato senza se e senza ma. Non si può mai, e dico mai, essere conniventi con il male.
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La preziosa testimonianza di Etty Hillesum
Nel mio ultimo libro Il coraggio di scegliere, nel capitolo dedicato alla cosiddetta “Dottrina della guerra giusta”, spiego perché non sia più possibile parlare di guerra giusta. In quel contesto cito un’autrice che amo profondamente e che conosceva bene ciò di cui stiamo parlando: Etty Hillesum, giovane ebrea olandese deportata dai nazisti. Nel cuore della Shoah, in mezzo all’odio e alla persecuzione, seppe custodire una speranza fondata sull’interiorità, sulla cura degli altri, sulla presenza di Dio dentro di sé. Scrive nel suo Diario: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio… Non devo lasciarmi portare via la mia interiorità, perché è lì che Tu abiti. È lì che si accende la speranza”.
Fin da quando ero bambino, la memoria della Shoah mi è stata consegnata come un’eredità sacra. Mio padre me ne parlava spesso, con rispetto e gravità. Non per spaventarmi, ma per educarmi. Mi portava nei luoghi della memoria, mi faceva vedere film, leggere libri, ascoltare testimonianze. Voleva che capissi che il male non nasce all’improvviso, ma cresce quando l’uomo smette di vigilare, di pensare, di ricordare.
I viaggi ad Auschwitz e Birkenau
Anni dopo, il mio primo viaggio ad Auschwitz e Birkenau ha segnato un prima e un dopo. Davanti a quei cancelli ho perso la parola. Varcata quella soglia, sono entrato in una dimensione mai vissuta prima, percependo il mistero del male generato dall’uomo quando sceglie consapevolmente di negare la propria umanità. Il silenzio era tagliente, entrava nel cuore e nell’anima. Non un silenzio vuoto, ma carico di grida trattenute, di vite spezzate, di nomi cancellati. Ci sono luoghi che non si possono visitare: si possono solo ascoltare, lasciando che ti cambino dentro.
I messaggi dei Papi sulla Giornata della Memoria
La Shoah non è solo una tragedia del passato. È uno specchio posto davanti a noi oggi. Per questo i Papi hanno sempre richiamato con forza il dovere della memoria. Giovanni Paolo II, visitando Auschwitz nel 1979, disse che quel luogo era “un grido di avvertimento per tutta l’umanità”. Benedetto XVI parlò di un luogo dove Dio sembrava tacere e proprio per questo invitò a un esame di coscienza radicale sull’uso distorto della ragione separata dalla morale. Papa Francesco ha ribadito che la Shoah non va dimenticata perché è il culmine di un cammino di odio che inizia sempre con piccole esclusioni, con parole, con indifferenza. E ha ricordato che la memoria è una strada di pace.
Se Giovanni Paolo II richiama la coscienza, Benedetto il silenzio che diventa “mai più”, Francesco ci invita a smascherare subito la logica dell’odio. Papa Leone XIV ha ribadito con chiarezza la ferma condanna di ogni forma di antisemitismo, ricordando che l’odio va estirpato dal cuore. È dal cuore che nasce tutto. Lo dice anche Gesù nel Vangelo. Disarmare i cuori è il primo passo per costruire una pace vera, che non può esistere senza giustizia.
La memoria come responsabilità e scegliere da che parte stare
Ecco il punto decisivo: la memoria non è nostalgia. Non è semplice commemorazione. È responsabilità. Studiare la storia, ascoltare le testimonianze, accompagnare i giovani nei luoghi della memoria serve a riconoscere i segni di ciò che potrebbe tornare. Ogni volta che un popolo viene disumanizzato, ogni volta che qualcuno viene ridotto a numero, Auschwitz torna a bussare alla porta della storia.
Il Giorno della Memoria ci chiede di scegliere da che parte stare: dalla parte dell’oblio che anestetizza o dalla parte della memoria che fa male, ma salva. Ricordare è un atto d’amore verso le vittime e un atto di giustizia verso le generazioni future. Solo una memoria viva può impedire che il silenzio torni, un giorno, a essere complice del male.
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