Intervista a Tommaso Cerno: “Stefano, ti ho aspettato per vent’anni”
Tommaso Cerno: il celebre giornalista apre le porte della sua vita privata, raccontando il lungo corteggiamento al marito, il legame…
Tommaso Cerno: il celebre giornalista apre le porte della sua vita privata, raccontando il lungo corteggiamento al marito, il legame con la figlia acquisita e le ferite di un passato difficile
Tommaso Cerno, 51 anni, giornalista e da poco direttore de Il Giornale (oltre ad essere da settembre co-conduttore di Domenica In), ama le sue radici e le sue origini friulane. Lì ha trovato l’amore con Stefano Balloch, suo marito dal 2022, con cui è insieme da 12 anni. Ha dovuto però attenderne 20, prima che lui si decidesse a incontrarlo e conoscerlo. Grazie alla figlia di Stefano, Giada, 21 anni, Cerno ha scoperto la genitorialità da vicino. Per sua stessa ammissione, una grande emozione vederla crescere. Ma non vuole andare oltre, non ha interesse a diventare padre. Anche perché conduce una vita frenetica e impegnativa, che trova svago e piena serenità nella sua Udine, quando è in compagnia dei suoi cari e dei suoi tre cani, gli unici che gli danno spensieratezza e leggerezza. Ha tante storie da raccontare, a livello familiare, sentimentale, personale e professionale, che spesso si intersecano tra di loro. In questi racconti emerge una visione concreta ed estremamente realista della vita e di quello che ti offre. Per questo, ogni cosa che arriva, anche i problemi, devono essere colti.
È sposato da quattro anni, insieme da dodici, amici addirittura da trenta con Stefano Balloch. Com’è nato tutto, quando è scattata tra di voi la scintilla?
«L’ho conosciuto da ragazzino, a vent’anni: era un bellissimo ragazzo, quindi andavo a mangiare nel suo ristorante a Cividale del Friuli, ogni volta con una scusa diversa, sperando che si accorgesse di me. Gli lasciai il numero di telefono, ma non mi richiamò. Tornai lì 20 anni dopo. Provai a lasciare nuovamente il mio numero di telefono e finalmente mi ricontattò. Ho aspettato 20 anni per quella telefonata».
Com’è stata a livello emotivo questa attesa così lunga?
«Beh, interessante. Un’attesa lunga vent’anni, insomma… questo déjà vu di ridare il numero di telefono. Poi finalmente il cellulare che squilla… Dopo vent’anni mi è sembrato perfino strano, nel senso mi sembrava quasi impossibile. Mi sono detto: forse non è più come pensavo io vent’anni prima, credevo di essere io che immaginavo questa cosa. Invece era proprio così: ci ha messo vent’anni a decidersi».
Su cosa si basa il vostro rapporto? Si riesce a definire in tre parole?
«Normale vita quotidiana. Un legame esiste quando non lo vedi. I rapporti esistono quando fanno talmente parte della normalità che non ci pensi. E questo rapporto è proprio così. Le storie che funzionano passano attraverso felicità, dolore, momenti difficili».
Qual è invece il rapporto con Giada, la figlia di Stefano?
«Un rapporto con una intelligente, bella, giovane ragazza che sta diventando grande e sta per laurearsi. Mi fa vedere il mondo di quell’età. Onestamente, mi sembra più intelligente e più piantato a terra di quello degli adulti».
Direttore: Udine, Milano e Roma. Quando e come vede Stefano?
«Sì, però è la convivenza di gente che fa dei lavori impegnativi: oggi sei qua, domani sei là, io non sto mai fermo, sono ogni giorno in un posto diverso, quindi sono convivenze dinamiche. Abbiamo una casa in Friuli con i nostri cani dove Stefano sta più a lungo di me, stiamo insieme lì, a Roma, a Milano, quando riusciamo. E quando non riusciamo, non ci vediamo anche per un po’ di tempo. Non è che te ne accorgi, perché dopo tanti anni di convivenza, ognuno vive la sua vita. Quindi tu condividi un luogo, ma perché condividi dei momenti quando puoi e quando hai la possibilità».
Non vuole avere figli?
«La verità è che io i bambini non li sopporto. L’idea di aver conosciuto Giada quando era già abbastanza grande mi dà una grande emozione, un regalo della vita incontrarla, dopodiché pensare solo all’idea di avere bambini che arrivano non si sa da dove, non mi passa assolutamente per la testa».
Lei ha parlato di recente di aver trascorso un’infanzia infelice, perché ha patito il problema della povertà.
«Non infelice, l’infanzia e l’adolescenza di un bambino povero: non avevo i mezzi per fare le cose che facevano quelli ricchi e vedevo in questa povertà una vergogna. Oggi, invece, mi sono accorto di essere stato fortunato perché spesso i figli dei ricchi sono dei deficienti. Però io mi vergognavo di essere povero e per molti anni cercavo di non dirlo, mentre oggi sono orgoglioso di essere nato povero, perché i poveri sono quelli che capiscono meglio come va il mondo. Grazie alla scuola ho trovato la forza per andare avanti. Ho incontrato questo filosofo, con cui giocavo a calcetto nei campetti, che mi ha insegnato che sostanzialmente i libri potevano farti andare dove volevi».
Dopo sua madre, come è stata esternata la sua omosessualità? È diventato un problema in adolescenza?
«Io non sono mai riuscito ad avere un problema con l’omosessualità. Cioè è come se non ce l’avessi. Nella mia vita nessuno ha mai avuto nulla da dire su questo. Io l’ho vissuto in maniera talmente normale che l’ho normalizzata da solo».
Quale rapporto ha avuto con sua madre e suo padre?
«Molto schivo. Ho capito da vecchi che i miei genitori erano importanti e da morti che mi mancavano. Finché erano vivi li ho molto schivati, vissuti poco. Ho girato sempre, sono stato sempre un randagio solitario».
Com’è Tommaso Cerno nella vita privata? Sappiamo che è profondamente innamorato degli animali. Quanti sono?
«Sì, ho dei cani meravigliosi. Sono tre, si chiamano Artù, Ginevra e Alaska. Ho sempre voluto avere dei cani grandi che vedevo in tv, nei film, in particolare i bobtail. Sono le uniche entità che mi fanno passare qualunque pensiero in due minuti».
Una domanda un po’ impertinente. Lei è stato direttore dell’Espresso e condirettore di Repubblica. Oggi è direttore de Il Giornale, due realtà editoriali con una connotazione politica completamente differente.
«Non è assolutamente vero, sono due giornali identici. L’Espresso di Scalfari era un giornale corsaro, si permetteva di dire quello che voleva e come voleva, proprio in maniera impertinente. La Repubblica rappresentava questo. La cosiddetta sinistra era questo: una sinistra libertina e anticonformista. Io quando divento direttore de L’Espresso, lo divento perché a De Benedetti serve un direttore strambo, sui generis, perché vedeva che il mondo stava cambiando. Oggi la destra è questa stranezza che la sinistra era negli anni Settanta. Quindi Il Giornale di Montanelli, che nasce per rompere gli schemi, oggi è esattamente quello. Questa differenza la vedono solo quelli che pensano che la politica sia stare in un partito, ma io sono stato in Parlamento. La politica in Parlamento, salvo poche eccezioni, parla solo di soldi e di poltrone».
Lei ha confessato di aver sbagliato a entrare in politica. Cosa ha visto di sbagliato, soprattutto nel PD, considerando poi l’imminente rottura?
«In realtà io non sono mai stato veramente di un partito. Io mi sono candidato con Alleanza Nazionale nel 1994. Quando mi sono candidato col PD mi hanno detto che ero un fascista che diventava di sinistra. Poi quando ho cominciato a dire che la sinistra non mi piaceva, mi hanno detto che avevo cambiato bandiera. Cioè, si dovrebbero decidere. Ma perché succede questo? Perché per la politica non esiste la libertà. Io quando sono andato in Palazzo Madama sono andato perché stavo per perdere il lavoro e ho imparato a fare il giornalista ancora meglio stando in Parlamento dove non ho mai fatto politica per un giorno. Mi vanto di essere stato uno dei più assenti in aula perché mi faceva schifo andare a prendere ordini dalla gente che pensava che tu fossi veramente un numero e che appena dicevi una cosa che non pensavano venivi redarguito».
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