Non è solo cinema, è una missione civile quella che vede Paco De Rosa tra i protagonisti de “L’invisibile filo rosso”. L’attore, noto per la sua capacità di spaziare con naturalezza tra i generi, affronta qui una prova d’attore matura, calandosi in una narrazione che esplora il confine sottile tra la perdita e il dono. Il film (attualmente nelle sale italiane) non si limita a raccontare una storia, ma si fa portavoce di una tematica fondamentale: l’importanza della donazione degli organi e della solidarietà umana. Paco De Rosa interpreta un personaggio chiave che accompagna lo spettatore attraverso i meandri di un’emozione autentica, lontana dai cliché, contribuendo a sdoganare con delicatezza il racconto della malattia sul grande schermo e noi lo abbiamo incontrato per voi.

Paco, in “L’invisibile filo rosso” interpreti un ruolo di co-protagonista intenso. Qual è stata la sfida più grande nel calarsi in una storia che tocca temi così delicati come la malattia e la speranza?

La sfida più grande è stato rivivere, interpretare e osservare la crudeltà che esisteva in alcune realtà dell’epoca. Ho vissuto un senso di impotenza. Interpretare questa storia ha significato guardare da vicino una forma di violenza silenziosa. Il mio personaggio è un infermiere che diventa confidente ma anche testimone impotente. Ho sentito addosso la frustrazione di chi riconosce l’ingiustizia ma non ha gli strumenti per cambiarla. È stato un lavoro emotivamente intenso perché parla di dignità, di coscienza e di responsabilità.

Il film parla di legami che restano. Secondo te, qual è il “messaggio urgente” che questa pellicola vuole lanciare al pubblico italiano oggi?

È una storia che attraversa molti temi: l’umanità, la memoria storica, le relazioni complesse, il peso delle etichette sociali, il valore degli ideali e il significato profondo della libertà e li intreccia mostrando quanto fragile, ma anche quanto resistente, possa essere la dignità umana. Anesini viene privato di tutto eppure riesce ancora a raccontare chi era e a stringere un rapporto di grande umanità.

Lavorare in un progetto che sostiene la cultura della donazione richiede una sensibilità particolare. C’è stato un momento sul set in cui hai sentito che non stavi solo recitando, ma dando voce a una realtà necessaria?

La scena in cui i pazienti indossano abiti civili è rivelatrice: basta togliere un’etichetta perché una persona torni a essere semplicemente una persona. Oggi il tema della stigmatizzazione è più attuale che mai. Il film ci ricorda quanto sia facile rinchiudere qualcuno in una definizione e quanto sia necessario, invece, restituirgli complessità e dignità.

Com’è stato il rapporto creativo con il resto del cast e la regia? Si è creato quel “filo rosso” di complicità anche dietro le quinte?

Si è creata una sintonia profonda tra il regista, gli attori e tutta la squadra tecnica. Eravamo un gruppo unito non solo professionalmente, ma umanamente. Pur essendo lontano da casa, mi sono sentito parte di una famiglia. Quando abbiamo terminato le riprese, l’emozione è stata fortissima: ci siamo resi conto di aver condiviso qualcosa che andava oltre il lavoro. E sì, abbiamo pianto tutti. È stato difficile accettare l’idea di non vederci più ogni giorno. Nei primi giorni dopo la fine delle riprese il telefono squillava spesso: avevamo bisogno di sentirci, di prolungare in qualche modo quella quotidianità che si era creata. Segno che quello che abbiamo vissuto era autentico. E la cosa più bella è che non si è esaurito con l’ultimo ciak: ancora oggi sento e vedo il regista e gli altri attori. Quel legame è rimasto.

Il titolo parla di fili invisibili che uniscono le persone. Nella tua vita privata, chi è la persona a cui ti senti legato da un “filo rosso” indistruttibile, a prescindere dalla distanza o dal tempo?

Sento di essere legato indissolubilmente a mio nonno. Anche se oggi non c’è più, per me è una presenza viva, accanto a me in ogni momento. Porto il suo nome, ed è un’eredità che sento come un onore. È stato il mio primo fan, il primo a credere in me senza esitazioni. Non ha potuto vedermi sul grande schermo, ma era certo che ci sarei arrivato. Era un uomo di altri tempi: si è costruito da solo, partendo dalla povertà più assoluta, diventando un punto di riferimento non solo per la nostra famiglia ma per tante persone. Al suo funerale c’era un fiume di gente. Ha fatto del bene, in silenzio. E io sono profondamente orgoglioso di essere suo nipote.

Spesso il pubblico ti associa a ruoli brillanti e alla tua verve napoletana. Vederti in una veste così drammatica e toccante svela un Paco più intimo: sei un uomo che si commuove facilmente nella vita di tutti i giorni?

Nella vita di tutti i giorni sono quasi sempre allegro, socievole, “amicone”. Però non nego che mi accompagni sempre un velo di malinconia. Forse è empatia, non lo so, ma quando vedo qualcuno in difficoltà o penso a chi è meno fortunato, quella tristezza mi resta addosso e faccio fatica a scrollarmela. È come se sentissi molto ciò che mi circonda. E poi ho una grande nostalgia della mia infanzia, dei luoghi e delle persone che ho perso. Credo che quella nostalgia faccia parte di me: è una ferita lieve ma preziosa che mi ricorda da dove vengo e mi tiene legato alle cose che contano davvero.

Il film affronta il tema del dono. Qual è il regalo più prezioso, non materiale, che hai ricevuto nella tua vita o che hai fatto a una persona cara?

Il regalo più bello che abbia ricevuto è stata la fiducia. Qualcuno che ha creduto in me prima ancora che avessi prove da offrire. E per questo regalo devo ringraziare alcune persone del mio passato ma anche Alessandro Bencivenga e il produttore Silvestro Marino che hanno avuto un grande coraggio a mettere su un progetto così ambizioso e affidare a me parte del risultato.

Se dovessi dedicare questo film a una donna importante della tua vita, chi sceglieresti e perché?

Indubbiamente alla mia compagna Simona. È quella che mi capisce davvero, con cui posso essere me stesso fino in fondo. Da quando l’ho incontrata ho sentito che non mi sarei sentito mai più solo. Ci sosteniamo a vicenda, ci incoraggiamo a crescere e a superare le nostre paure. È questo che rende il nostro un legame indistruttibile da quasi 13 anni.

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PACO DE ROSA alla prima de L'invisibile filo rosso Foto di ROBERTO JANDOLI.jpg
PACO DE ROSA alla prima de L’invisibile filo rosso Foto di ROBERTO JANDOLI.jpg