di Ottavia Borghini Baldovinetti

L’attore toscano si confessa in un libro senza filtri, ripercorrendo il baratro delle dipendenze fino alla redenzione

L’uomo guasto, edito da PaperFIRST con prefazione di Luca Sommi, è il primo libro di Massimo Ceccherini.

Primo in tutti i sensi: il primo che abbia scritto e, allo stesso tempo, uno dei primi — forse degli unici — che abbia davvero letto nel corso della sua vita.

All’inizio di questo suo “librino” si vergogna. La poca dimestichezza con la lettura e il mancato diploma di terza media sono un trauma che si porta dietro da sempre: «Rimasi chiuso in casa un mese per la vergogna».

Poi cambia prospettiva. Lo definisce «una specie di cura». Scrivere, dice, significa lottare direttamente con la “bestia”, quella forza oscura che più volte ha provato a sabotarlo.

Ed è proprio la lotta con questa “bestia” uno dei protagonisti del libro.

C’è la madre casalinga. C’è il padre imbianchino, che un giorno gli lascia una sola, potentissima lettera: «Soffriva del mio dramma alcolico».

Di Massimo bambino non ci sono fotografie. Le prime risalgono ai sei o sette anni. «Forse non sono mai nato davvero», scherza.

L’infanzia è selvaggia: lepri inseguite nei campi, alberi scalati, frutta mangiata fino a star male. Con la scuola il rapporto è fragile, fino all’abbandono. Va a lavorare con il padre, a tempo pieno, facendo l’imbianchino.

Nel libro ammette anche di «aver intrapreso quella stradetta. Cominciai a rubacchiare».

Ma c’è un’altra inclinazione che cresce: far ridere. Gli amici, le persone intorno. «Facevo ridere per l’aspetto fisico, anche involontariamente. All’inizio non mi piaceva. Poi, invece di accusare il colpo, reagivo e prendevo il sopravvento con l’ironia».

Sale sul palco. E da lì inizia una nuova vita che lo porta al cinema, al successo, ai soldi.

Sembra avere tutto per essere “a posto”. Ma dentro, fin dalla giovinezza, c’è qualcosa che non funziona. Una “bestiolina assetata”, la chiama lui, pronta a spingerlo verso strade pericolose.

Arrivano l’alcol, la droga, il gioco d’azzardo. Arriva il “luna park”, come definisce il night: «Quel luogo mi folgorò. L’idea di poter avere una donna semplicemente pagando mi sembrava come essere un bambino al luna park, donnine da scartare come caramelle».

Inizia l’inferno.

«Locali, bevute, sniffate nei gabinetti sudici, prostitute una sopra l’altra, soldi che scorrono come la merda dal culo».

La casa è allo sbando: «Comodino ricoperto di cenere, un secchio pieno di piscio».

Nemmeno lo psicologo si rivela una soluzione: dopo qualche seduta, gli propone una “nottatina”. Nel giro di pochi anni dilapida tutto. Si ritrova senza lavoro e senza orizzonte, schiacciato dalle dipendenze.

Non vede via d’uscita. Non sa a chi chiedere aiuto.

Poi si inginocchia. Implora Dio.

Incontra Elena, la donna che tenta di riportarlo sulla retta via. «Elena è costretta a picchiarmi per tenermi a bada. Mi fa un vero e proprio esorcismo. Solo che non mi tira l’acqua santa, bensì cazzotti». Pieni d’amore, precisa.

C’è anche Lucio, il suo “bambino-cagnino”, con cui vive «la storia d’amore più grande di questi anni».

Fondamentali sono le amicizie. Quella quasi «sessuale» con Leonardo Pieraccioni: «Se invece di Leonardo Pieraccioni si fosse chiamata Leonarda Pieraccioni, forse ora saremmo sposati e con figli. Non è un rapporto omosessuale, ma c’è un’attrazione molto forte».

E poi l’incontro con Matteo Garrone, arrivato dopo il suo riavvicinamento alla fede. Con lui è co-sceneggiatore di Io capitano, candidato agli Oscar.

Questo libro è un inno alla rinascita. Un viaggio introspettivo che attraversa i momenti più bui e racconta la fatica della rifioritura.

Una rifioritura mai definitiva, perché la “bestiolina” è sempre lì. Non scompare.

Va tenuta a bada.

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