Il primo figlio arriva a quasi 32 anni tra precarietà lavorativa, carriere difficili e un welfare che non aiuta le famiglie

L’Italia detiene oggi un primato che racconta molto delle trasformazioni sociali in atto nel nostro Paese e nel resto del continente europeo. Secondo gli ultimi dati certificati da Eurostat, le donne italiane sono ufficialmente le mamme più anziane dell’Unione Europea, con la nascita del primo figlio che avviene mediamente a 31,9 anni. Questo dato non è solo un numero statistico, ma rappresenta il culmine di un percorso ad ostacoli dove la maternità viene posticipata alla ricerca di una stabilità che appare sempre più difficile da afferrare.

Non solo Italia

Il crollo della fertilità non riguarda però soltanto il Belpaese, ma colpisce duramente l’intero Vecchio Continente, coinvolgendo persino nazioni storicamente protette da sistemi di welfare avanzati. Anche in Francia e in Scandinavia si registra una flessione rilevante, segno che stiamo vivendo un cambiamento culturale profondo che mette in discussione i modelli familiari tradizionali. In Italia, tuttavia, la situazione appare più critica a causa di un concorso di colpe che spinge le donne a diventare “primipare attempate” quasi per necessità.

Mamme sempre più tardi

Analizzando la serie storica, l’età media al parto nel nostro territorio è passata dai 29,1 anni del 1991 ai 31,6 registrati nel corso del 2023. Attualmente, più di una donna su tre decide di affrontare la prima gravidanza dopo aver superato la soglia dei 35 anni, un aumento significativo rispetto ai decenni passati. Questa tendenza dimostra come la gravidanza sia diventata un appuntamento programmato con estrema cura, una scelta consapevole che avviene solo dopo aver trovato il compagno giusto e un lavoro solido.

Le motivazioni principali di questo slittamento risiedono in un contesto socio-economico complesso, caratterizzato da una forte precarietà contrattuale e da una cronica difficoltà nel conciliare i ritmi della carriera con quelli della vita domestica. Molte giovani donne attendono di raggiungere una sicurezza abitativa e finanziaria che possa garantire un futuro dignitoso ai propri figli prima di pianificare un concepimento. Senza un impiego stabile e con pochi posti disponibili negli asili nido, il desiderio di genitorialità finisce inevitabilmente per scontrarsi con la dura realtà quotidiana.

Barriere strutturali

Sebbene l’occupazione femminile sia cresciuta costantemente nell’ultimo decennio, raggiungendo il 58,3% nel 2025, le barriere strutturali rimangono ancora estremamente alte per chi desidera diventare madre. Il divario retributivo di genere, noto come gender pay gap, continua a pesare sulle scelte delle coppie, rendendo spesso il sacrificio della carriera femminile una conseguenza economica obbligata. Diene Keita, direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, ha espresso parole chiare su questo tema durante un recente convegno internazionale.

“Se una donna rinuncia ai figli perché teme per il suo lavoro, quella non è una libera scelta ma una rinuncia forzata”, ha dichiarato con fermezza Keita. La dirigente ha sottolineato come nessuna donna dovrebbe mai essere costretta a sacrificare la propria autonomia professionale per poter accogliere un neonato nella propria vita. Per invertire la rotta dell’inverno demografico, servirebbero politiche concrete che permettano anche ai padri di partecipare attivamente alla cura dei figli, trasformando la maternità da un rischio professionale in un valore sociale condiviso.

Dario Lessa

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