La Corte d’Appello di Napoli riconosce la legittima difesa e chiude il caso tra le proteste dei familiari della giovane vittima

La giustizia italiana scrive l’ultimo capitolo di una vicenda dolorosa che ha segnato profondamente la comunità di Aversa e l’intera provincia di Caserta. La Corte d’Appello di Napoli ha pronunciato una sentenza definitiva che ribalta le aspettative della famiglia di Emanuele Di Caterino, ucciso a soli quattordici anni. I magistrati hanno infatti assolto Marcello Veneziano, l’uomo che era finito sul banco degli imputati per aver sferrato il fendente mortale durante la tragica sera di aprile. Secondo i giudici partenopei, l’imputato agì per legittima difesa durante una violenta colluttazione scoppiata tra diversi gruppi di giovanissimi nel cuore della movida locale.

Una lite tra adolescenti

I fatti risalgono al lontano 7 aprile 2013, quando una lite banale tra adolescenti si trasformò rapidamente in una tragedia irreparabile per le strade cittadine. Emanuele ricevette una coltellata fatale alla schiena che non gli lasciò scampo, spezzando i sogni di un ragazzino che aveva tutta la vita davanti. Da quel momento è iniziato un calvario giudiziario infinito, caratterizzato da ben otto processi e numerosi rinvii che hanno prolungato l’agonia dei genitori del giovane. La ricostruzione dei retroscena descrive una serata di ordinaria follia in cui le tensioni del branco presero il sopravvento sulla ragione e sul valore della vita umana.

L’esplosione di rabbia

La decisione della Corte ha scatenato immediatamente un’esplosione di rabbia e disperazione all’interno dell’aula giudiziaria, dove erano presenti i parenti della vittima. La madre di Emanuele non ha trattenuto il proprio dolore gridando tutta l’amarezza per un verdetto che considera una vera e propria ingiustizia nei confronti del figlio. La donna sostiene fermamente che l’imputato abbia ammazzato un ragazzino del tutto innocente che non rappresentava un pericolo tale da giustificare una reazione così violenta e definitiva. Per i familiari, l’assoluzione rappresenta una ferita profonda che si aggiunge al vuoto incolmabile lasciato dalla scomparsa prematura del quattordicenne avvenuta tredici anni fa.

Il lungo percorso processuale ha analizzato ogni dettaglio di quella rissa, cercando di stabilire se l’uso del coltello fosse una reazione proporzionata all’offesa ricevuta durante lo scontro. Mentre la difesa ha sempre puntato sulla necessità di sottrarsi a un linciaggio, l’accusa ha cercato invano di dimostrare la volontà omicida dietro quel gesto estremo. Oggi la parola fine dei giudici lascia una scia di polemiche e un dibattito aperto sulla sicurezza dei minori nei luoghi di aggregazione sociale. Resta il dramma di una madre che continua a chiedere verità per un figlio che non tornerà mai più a casa dopo una serata tra amici.

Dario Lessa

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