Pioggia d’oro sulla Fremantle: 71 milioni di Tax Credit, ma è scontro sui “due pesi e due misure” del Ministero
Cinema e fondi pubblici: mentre il colosso Fremantle incassa cifre record, il MiC finisce nel mirino per disparità di trattamento…
Cinema e fondi pubblici: mentre il colosso Fremantle incassa cifre record, il MiC finisce nel mirino per disparità di trattamento
Il Ministero della Cultura non bada a spese quando si tratta di grandi gruppi. Nel giro di soli tre mesi, tra ottobre e dicembre 2025, come si legge su Affari Italiani, la Direzione Generale Cinema ha dato il via libera a una pioggia di crediti d’imposta per oltre 71 milioni di euro, ai produttori di Un posto al sole e non solo. Il beneficiario? Il colosso Fremantle, attraverso la sua galassia di società come Lux Vide, Picomedia e Wildside.
Fin qui sembrerebbe ordinaria amministrazione, se non fosse che il nome del gruppo è finito spesso nelle cronache nazionali e in interrogazioni parlamentari per presunte irregolarità legate proprio al Tax Credit Cinema. Nonostante le nubi mediatiche e giudiziarie ancora da diradare, i rubinetti del Ministero restano aperti.
I conti in tasca ai colossi
I bollettini ufficiali parlano chiaro. La lista dei finanziamenti approvati da Carlo Brugnoni è un elenco di successi televisivi e cinematografici che pesano enormemente sulle casse dello Stato. Solo per citare alcuni esempi: Sandokan & Marianna ha portato a casa oltre 8 milioni di euro, mentre il nuovo progetto di Wildside, Charlie’s Tale, ha incassato da solo quasi 19 milioni. Non mancano i titoli cult: da Mare Fuori (3,3 milioni) a Don Matteo 14 (5,4 milioni), fino all’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, Parthenope, che ha ottenuto un credito di quasi 11 milioni. Una gestione che però solleva dubbi sulla trasparenza dei criteri adottati, specialmente quando si guarda a chi, invece, i fondi se li vede negare.
Il paradosso Red Private: puniti per colpe non proprie
La vera pietra dello scandalo emerge però dal confronto con il caso Red Private. Qui la burocrazia ministeriale ha usato il pugno di ferro, ma con motivazioni che lasciano perplessi. Attraverso una PEC ufficiale, la Direzione Generale Cinema ha negato il Tax Credit alla società, non per mancanze dirette o bilanci truccati, ma per una sorta di “colpa per associazione”. Secondo il Ministero, il problema sarebbero due fornitori esterni utilizzati nelle produzioni, finiti sotto indagine. Una decisione che appare quasi punitiva, se si considera che Red Private, di fatto, viene colpita per vicende che riguardano soggetti terzi.
L’errore clamoroso del Ministero sul produttore Andrea Iervolino
C’è poi un dettaglio che trasforma la vicenda in un vero pasticcio amministrativo. Nei documenti del Ministero, questi fornitori vengono indicati come vicini alla galassia di Andrea Iervolino. Peccato, però, che le carte dicano l’esatto contrario: come risulta dagli atti, non esiste alcuna riconducibilità corretta tra i soggetti indagati e l’imprenditore. Siamo davanti a un corto circuito totale: si bloccano i fondi a una società pulita sulla base di un presunto legame con fornitori “sospetti”, sbagliando per giunta la ricostruzione dei loro legami societari. Un errore di valutazione che pesa come un macigno sulla trasparenza dell’intero procedimento.
La lettera di Lo Foco incastra il Ministero
A gettare benzina sul fuoco di questa gestione controversa è una lettera formale firmata dall’avvocato Michele Lo Foco e indirizzata direttamente al Ministro della Cultura. Non si tratta di semplici supposizioni, ma di un documento che cristallizza nero su bianco un clima interno al dicastero che appare tutt’altro che imparziale. Qui l’avvocato riporta alcune testimonianze raccolte tra le mura del Ministero, dichiarazioni che pesano come macigni sulla trasparenza dell’azione amministrativa. Secondo quanto riferito, un dirigente apicale avrebbe pronunciato una frase che non lascia spazio a interpretazioni: “Quando c’è il nome di Iervolino blocco tutto”.
Un pregiudizio che ignora le carte?
Se confermata, questa affermazione svelerebbe l’esistenza di un vero e proprio “veto preventivo”. Mentre i grandi gruppi incassano decine di milioni senza intoppi, per altri sembra vigere una regola diversa, basata più sul nome che sulla regolarità dei documenti. È la prova che il caso Red Private non è un incidente di percorso, ma il risultato di una linea d’azione che ignora i fatti per seguire pregiudizi personali. Una situazione esplosiva che ora il Ministero sarà costretto a chiarire davanti al Parlamento.
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