Chi l’ha detto che a Sanremo vince chi arriva primo? Da Vasco a Mia Martini, ecco alcuni “perdenti” di lusso che hanno fatto la storia della musica italiana

Sanremo 2026 è ormai dietro l’angolo. Dal 24 al 28 febbraio, con Carlo Conti, Achille Lauro e Laura Pausini a tenere le redini, la musica tornerà a prendersi l’Ariston. Ma parliamoci chiaro, senza giri di parole: chi bazzica il Festival da una vita lo sa che la classifica finale è, il più delle volte, un terno al lotto che premia il rassicurante e l’ovvio. C’è perfino chi sostiene che per lasciare il segno convenga piazzarsi male. Guardando indietro, tra giurie di qualità spesso “distratte” e brani leggendari scivolati in fondo, capisci che i veri capolavori sono quasi tutti passati dalla porta di servizio, ignorati da chi doveva votare ma adottati istantaneamente dalle radio.

Il 1969 e lo “schiaffo” a Lucio Battisti

Prendete il 1969. Lucio Battisti sale sul palco con “Un’avventura”. Risultato? Un nono posto che oggi fa sorridere, quasi tenerezza. La critica lo massacrò, eppure quel pezzo è diventato la colonna sonora di ogni falò estivo da cinquant’anni a questa parte. Non era “sanremese”, era avanti. Punto.

Dalla e quella “Piazza Grande” ignorata

Nel 1972 Lucio Dalla portò “Piazza Grande”. Un ottavo posto che grida vendetta. Mentre la giuria votava altro, Dalla stava scrivendo un inno agli ultimi che sarebbe rimasto eterno. È il classico esempio di come il Festival, a volte, non capisca il peso specifico della poesia pura.

L’uragano Anna Oxa: punk e oltre

Poi c’è il 1978. Arriva lei, Anna Oxa. Non aveva nemmeno 17 anni e sembrava sbarcata da un club di Londra. Trucco pesante, look tra il punk e il glam suggerito da Ivan Cattaneo: un pugno nell’occhio per l’Italia dei perbenisti. “Un’emozione da poco”, firmata da Ivano Fossati, arrivò seconda. Ma chi si ricorda chi vinse quell’anno? Nessuno. La Oxa, invece, cambiò le regole del gioco.

Rino Gaetano e l’ironia di “Gianna”

Sempre in quel fatidico 1978, Rino Gaetano portò il cilindro e l’uculele. “Gianna” arrivò terza, ma sdoganò un linguaggio audace e surreale che a Sanremo non si era mai sentito. Oggi è un pezzo che cantano pure i sassi, simbolo di una genialità che se ne fregava dei voti.

Il capitolo Vasco: la penultima posizione più famosa d’Italia

Se parliamo di “flop” trasformati in trionfi, il Re è Vasco Rossi. Nel 1983 “Vita spericolata” arrivò penultima. Penultima, capite? La giuria non colse il manifesto generazionale, ma il pubblico sì. Da lì in poi, Vasco ha riempito gli stadi, mentre i primi in classifica tornavano a fare altro.

Zucchero e il segreto del fondo classifica

Anche Zucchero sa bene cosa significhi masticare amaro. Nel 1985 la sua “Donne” non convinse i giurati. Eppure, il giorno dopo la finale, non si sentiva altro in radio. È la dimostrazione che il ritmo, quando è quello giusto, scavalca qualsiasi classifica ufficiale.

Mannoia e Mia Martini: la classe non è acqua (e non è voto)

Ci sono poi pezzi che sono diventati “standard” della musica d’autore. “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia (1987) arrivò solo ottava. Stessa sorte, o quasi, per “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini nel 1989. Non vinsero il leoncino d’oro, ma vinsero il Premio della Critica, che spesso è l’unico che conta davvero per chi mastica musica seriamente.

Patty Pravo e Carmen Consoli: il tocco d’autore

Chiudiamo con due perle del 1997. Vasco scrive per Patty Pravo “E dimmi che non vuoi morire”: piazzamento basso, ma pezzo diventato culto istantaneo. E poi Carmen Consoli con “Confusa e felice”: eliminata subito. Oggi è il brano che ha definito un’intera stagione del rock al femminile in Italia. Insomma, aspettando Sanremo 2026, un consiglio: non guardate chi alza il trofeo. Guardate chi, tra dieci anni, avrà ancora qualcosa da dire.

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