Nicola Nocera: serve collaborazione strutturata per gestire la ciclicità dei cantieri

Le micro-imprese edili italiane vivono una contraddizione che ne mina la competitività: impossibilitate a mantenere organici stabili a causa della natura temporanea dei cantieri, si trovano costantemente a oscillare tra momenti di estremo sovraccarico e periodi di totale inattività. Una situazione che diventa critica quando arrivano commesse importanti, evidenziando la fragilità strutturale di un settore caratterizzato da una frammentazione senza precedenti in Europa.

  I numeri fotografano una realtà preoccupante: con appena 2,7 dipendenti per azienda, l’Italia registra la media più bassa tra i principali Paesi europei del settore costruzioni, ben al di sotto dei 3,5 dipendenti della Spagna. Questa polverizzazione del tessuto imprenditoriale crea un paradosso: pur impiegando complessivamente 1,7 milioni di unità di lavoro annue, il settore fatica a rispondere efficacemente alle dinamiche di mercato.   «Il nodo centrale è che i cantieri rappresentano l’opposto della produzione industriale continua», evidenzia Nicola Nocera, esperto del settore con consolidata esperienza nella certificazione e formazione per le imprese edili. «Ogni cantiere ha un termine definito e quando si conclude l’azienda deve necessariamente cercarne un altro. Questo meccanismo genera inevitabilmente vuoti operativi che compromettono la sostenibilità economica, particolarmente per le realtà di piccole dimensioni».

La rigidità strutturale e il vincolo della specializzazione

La discontinuità operativa rappresenta il tallone d’Achille di un comparto che, nonostante la rilevanza economica, non riesce a sviluppare quella flessibilità strutturale necessaria per competere efficacemente. Il 59% degli occupati opera in lavori di costruzione specializzati, mentre il 35% si concentra sugli edifici, evidenziando come la specializzazione sia diventata un elemento imprescindibile, ma anche un vincolo organizzativo.   «Osservando le dinamiche aziendali del settore, emerge chiaramente un problema di rigidità strutturale» prosegue Nocera. «Le imprese non possono funzionare come fisarmoniche, assumendo massicciamente per un progetto specifico per poi ritrovarsi con esuberi al termine dei lavori. Tuttavia, per rimanere competitive, avrebbero bisogno proprio di questa elasticità operativa che oggi non riescono a garantire».

Un cambio di paradigma verso la collaborazione tra imprese

La soluzione potrebbe emergere da un cambio di paradigma che privilegi la collaborazione rispetto alla competizione tradizionale. Quando un’impresa attraversa un picco di attività mentre un’altra vive una fase di stagnazione, una partnership strutturata potrebbe livellare queste oscillazioni, creando benefici reciproci e maggiore stabilità per l’intero ecosistema.   «Se il macro-settore dell’edilizia adottasse logiche più collaborative tra le diverse realtà imprenditoriali, si potrebbe generare una flessibilità gestionale superiore e garantire maggiore continuità lavorativa» spiega l’esperto. «La specializzazione richiesta dal settore rende impossibile per una singola squadra disporre di tutte le figure tecniche necessarie, rendendo la collaborazione non solo opportuna, ma essenziale».

Un segnale incoraggiante arriva dai dati sulla produttività: il settore delle costruzioni ha registrato una crescita superiore agli altri comparti economici, invertendo una tendenza negativa di lungo periodo. Questo miglioramento potrebbe indicare un’evoluzione già in corso verso modelli organizzativi più efficienti e sostenibili.   La pressione temporale rappresenta un ulteriore elemento critico. «Le aziende con cui collaboro, specialmente nel Nord Italia, si confrontano sistematicamente con tempi di realizzazione estremamente compressi» conclude Nocera. «Indipendentemente dalle loro dimensioni, devono necessariamente collaborare con altri soggetti per rispettare le scadenze. Una rete di collaborazione strutturata consentirebbe anche di ottimizzare i tempi burocratici, spesso causa di ritardi significativi».

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