Claudia Conte, giornalista, scrittrice, conduttrice Rai Radio 1, portavoce dell’Osservatorio nazionale sul Bullismo, uno dei volti giovani più noti del panorama culturale italiano è in esclusiva su Amazon con il suo quinto libro, Dove nascono i silenzi, un’opera che invita a riflettere sulle fragilità delle nuove generazioni, dalle dipendenze, al mutismo selettivo, all’aumento della violenza in strada e sul web.

Claudia Conte con il suo quinto libro ‘Dove nascono i silenzi’

Claudia Conte contro la violenza economica: «Serve un cambiamento culturale»

Il libro Dove nascono i silenzi, di Claudia Conte, approfondisce il ruolo che famiglia, scuola, istituzioni e cultura possono svolgere per trasformare il silenzio in ascolto e il disagio in opportunità di crescita. Con l’autrice abbiamo parlato di giovani, violenza economica, responsabilità educativa e del valore del cinema e della cultura come strumenti di prevenzione e formazione.

Nel suo ultimo libro, Dove nascono i silenzi, che sta presentando in tutta Italia, affronta il disagio giovanile senza retorica. Dove nascono davvero questi silenzi?

«Credo che i silenzi nascano nel momento in cui un ragazzo smette di sentirsi visto e ascoltato. Non esiste un unico luogo in cui prendono forma: possono nascere in famiglia, quando manca il dialogo o quando si vive in un clima di controllo, di giudizio o di violenza psicologica; possono nascere a scuola, secondo grande pilastro: non è soltanto il luogo dell’apprendimento, ma una comunità educante, dove gli insegnanti possono fare la differenza. Per questo credo sia fondamentale restituire loro autorevolezza e riconoscere il loro ruolo non solo come trasmettitori di conoscenze, ma anche come educatori e “coltivatori” di talenti. Infine i silenzi possono nascere nella società, che spesso chiede ai giovani di essere sempre forti, performanti e felici, senza lasciare spazio alla fragilità. E poi ci sono le istituzioni, che troppo spesso parlano dei giovani invece di parlare con i giovani e offrire loro reali opportunità».

Sempre più giovani sembrano vivere una profonda fragilità emotiva. Ritiene che, oltre ai diritti, oggi sia necessario tornare a parlare anche di responsabilità, impegno e rispetto delle regole?

«Credo che diritti e responsabilità non siano in contrapposizione, ma siano due facce della stessa medaglia. È giusto che i giovani vedano riconosciuti e tutelati i propri diritti, ma è altrettanto importante educarli al valore dell’impegno, del rispetto delle regole, della responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Non come imposizioni, ma come strumenti di libertà. Viviamo in un tempo in cui si parla molto di successo e di risultati, ma forse troppo poco del valore della fatica, della perseveranza e del sacrificio. Un ragazzo cresce davvero quando comprende che ogni scelta ha delle conseguenze e che il rispetto delle regole non limita la libertà, ma rende possibile la convivenza e il rispetto reciproco. Naturalmente questo richiede adulti credibili. Non possiamo chiedere ai giovani senso civico, responsabilità e rispetto se noi per primi non siamo testimoni di questi valori. La famiglia, la scuola, le istituzioni e tutta la comunità educante devono parlare lo stesso linguaggio, offrendo esempi concreti più che prediche».

Lei è anche portavoce dell’Osservatorio sul Bullismo. Quanto incidono l’indifferenza e la paura di intervenire nel lasciare soli i ragazzi vittime di violenza?

«Il bullismo e il cyberbullismo non sono mai un problema che riguarda soltanto chi compie un atto di violenza e chi lo subisce. È spesso il silenzio di chi assiste, per paura, indifferenza o timore di esporsi, che permette a questi fenomeni di continuare. Nel mio lavoro incontro tanti ragazzi che mi raccontano quanto faccia male sentirsi soli e invisibili. Per questo credo che sia fondamentale educare al coraggio civile. Dobbiamo insegnare ai giovani che chiedere aiuto non è un segno di debolezza e che difendere una vittima significa assumersi una responsabilità nei confronti della propria comunità».

Lei è da tempo impegnata anche al fianco delle donne vittime di violenza. Nel suo libro affronta il tema della violenza economica, una forma di controllo che molte donne faticano persino a riconoscere come tale. Quanto è diffuso questo fenomeno e perché è così importante parlarne oggi?

«Sì, credo che sia ancora una forma di violenza troppo poco riconosciuta, proprio perché non lascia segni visibili. Quando si parla di violenza contro le donne si pensa immediatamente a quella fisica, ma esistono forme altrettanto gravi e pervasive, come la violenza psicologica ed economica. La violenza economica consiste nel privare una persona della propria autonomia: impedire di lavorare, controllare ogni spesa, limitare l’accesso al denaro, costringere a chiedere il permesso anche per le necessità più elementari. Sono comportamenti che creano una dipendenza profonda e che rendono molto difficile trovare il coraggio di lasciare una relazione tossica. Una donna che non dispone di risorse economiche o teme di non poter mantenere sé stessa e i propri figli rischia di sentirsi senza alternative. Per questo credo che il contrasto alla violenza passi anche attraverso l’autonomia. Dobbiamo investire nell’educazione finanziaria, nell’accesso al lavoro, nella formazione e nelle politiche che favoriscono l’indipendenza economica delle donne. Ma dobbiamo anche promuovere un cambiamento culturale, perché nessuna relazione può fondarsi sul controllo o sulla dipendenza».

Claudia Conte, oltre a essere scrittrice, giornalista e impegnata nel sociale, lei è anche regista di documentari e direttrice artistica del Ferrara Film Festival. Il cinema oggi è ancora uno strumento capace non solo di emozionare, ma anche di educare, di formare coscienze e di promuovere valori come il rispetto, l’inclusione e la legalità?

«Assolutamente sì. Credo che il cinema sia uno dei linguaggi più potenti che abbiamo per raccontare l’essere umano. Un film riesce ad arrivare dove spesso non arrivano i dati o i discorsi, perché parla direttamente alle emozioni e ci mette nei panni dell’altro. È questa la sua straordinaria forza educativa. Nel mio lavoro ho sempre cercato di promuovere un cinema che non fosse soltanto intrattenimento, ma anche occasione di riflessione e di crescita. Un festival può diventare un laboratorio di idee, un luogo di incontro tra generazioni, culture e sensibilità diverse, dove artisti, studenti, istituzioni e cittadini si confrontano sui grandi temi del nostro tempo: dai diritti umani alla sostenibilità, dalla legalità al contrasto della violenza e delle discriminazioni. Credo che oggi abbiamo più che mai bisogno di una cultura che costruisca ponti e non muri. Se riusciamo a trasmettere questo messaggio ai più giovani, allora il cinema diventa non solo arte, ma anche uno straordinario strumento di educazione civica e di cambiamento sociale».