Festival di Sanremo 2026: il trionfo della monotonia (interrotto solo dal turbo della Pausini)

L’edizione 2026 del Festival di Sanremo si è chiusa lasciandoci un dubbio amletico: era un concorso canoro o un costosissimo “Rewind” della Rai per chi soffre d’insonnia? Tra un appiattimento collettivo che farebbe sembrare un’assemblea di condominio un rave party e una conduzione che ha oscillato tra l’istituzionale e il soporifero, ci siamo trascinati fino alla finale. Meno male che c’era Laura Pausini, l’unica con il turbo in un motore che girava a folle, a ricordarci che si può stare su quel palco senza sembrare l’ologramma di sé stessi. Angelina Mango l’anno scorso ci avvisava che la noia è “una giornata di sole che non vuole finire”, ma Carlo Conti deve averla presa troppo alla lettera, trasformandola nella linea guida editoriale dell’intero evento. Niente faide, niente vasi rotti, niente scandali: solo una pace forzata che sapeva di glicemia alta e share basso.

 

 

Stefano De Martino tocca a te!

Il passaggio di testimone è ufficiale: nel 2027 toccherà a lui. Stefano De Martino è l’usato sicuro che brilla come nuovo, il sorriso smagliante pronto a coprire il vuoto pneumatico della scrittura televisiva. Dice “testa bassa e pedalare”. Speriamo solo che la bicicletta della Rai abbia i freni, perché l’Ariston ha l’abitudine di mangiare i suoi figli più belli.

 

Gino Cecchettin: uno dei momenti più nobili

Il momento più alto e nobile è stato servito alle 00:50. Praticamente un messaggio in bottiglia per panettieri e tiratardi. Le sue parole sulla violenza patriarcale meritavano l’apertura, non il ruolo di “sigla di chiusura”. Resta la frase lapidaria di Conti: “Cambieranno solo i nomi”. Amaro, vero, uno schiaffo necessario nel bel mezzo del torpore.

 

Achille Lauro: voce e coro per le vittime di Crans

Chi lo avrebbe mai detto? L’ex bad boy piumato è stato l’unico capace di gestire il dolore con eleganza. Il suo omaggio alle vittime di Crans-Montana è stato un pugno nello stomaco (finalmente un’emozione vera). Niente maschere, solo voce e coro. Quando Lauro sottrae, moltiplica il valore.

 

Bianca Balti: la classe non è acqua

Vederla splendida e autoironica dopo la battaglia contro la malattia è stata l’unica boccata d’ossigeno. Stile puro, senza bisogno di monologhi strappalacrime scritti da autori svogliati.

 

 

Bocelli in versione “Gladiator-Pop”

Andrea Bocelli ha una voce che sposta le montagne, non ha bisogno di entrare all’Ariston a cavallo sulle note di Hans Zimmer come se dovesse conquistare la Gallia. Un momento di kitsch talmente spinto da risultare quasi ipnotico. Mancavano solo le bighe al controllo bagagli.

 

La “Repupplica” della Rai

Mentre la signora Gianna (105 anni di lucidità) mandava a stendere i fascisti, sul ledwall appariva la scritta “Repupplica”. Con due ‘P’. Nell’anno degli ottant’anni della Repubblica. Un refuso che è la perfetta metafora della gestione attuale: grandi ambizioni, pessima correzione bozze.

 

Max Pezzali: il prigioniero dello sponsor

Confiscare un pilastro del pop italiano su una nave in mezzo al mare è un crimine artistico. Sembrava uno di quegli animatori che cerchi di evitare al buffet. Un’occasione sprecata tra i flutti.

 

La saga dei parenti: Sanremo o “C’è Posta per Te”?

Mogli, madri, padri, sorelle. A un certo punto abbiamo temuto che Carlo Conti presentasse anche il suo gommista. Grignani che chiede il numero della Pausini ha poi suggellato il tutto: il confine tra “rocker maledetto” e “zio molesto al matrimonio” è ormai sparito.

 

Irina Shayk: il soprammobile di lusso

Usare una top model internazionale, con una storia drammatica e di riscatto alle spalle come valletta muta nel 2026 è un anacronismo che fa quasi tenerezza. Potevano chiederle di tutto, le hanno chiesto di stare ferma. Avanguardia pura, proprio.

 

Tiriamo le somme…

Sanremo 2026 si chiude con la vittoria di Sal Da Vinci. Il titolo della sua canzone, Sarà per sempre sì, suona quasi come una rassegnazione collettiva a questo rito stanco che non ha più la forza di dividere, ma solo di cullare. È stato un Festival di transizione, un “vorrei ma non posso” che ha pagato lo scotto di un cast a volte, melodrammatico e di una noia che, per quanto cantata bene, resta pur sempre noia. Ci resta il dubbio: Sanremo è ancora lo specchio del Paese o è solo lo specchio di un ufficio casting della Rai che ha finito le idee? Vedremo se De Martino sarà capace di risvegliare tutti con il suo Sanremo 2027, o se dovremo rassegnarci a un altro anno di “Repupplica” e ospiti al galoppo.

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