Gabriella Marano psicologa clinica e forense, criminologa e divulgatrice impegnata in trasmissioni televisive nelle quali fa prevenzione contro la violenza. La sua è una missione importante: presto la vedremo anche a teatro in uno spettacolo autobiografico.

Intervista a Gabriella Marano

Gabriella come nasce la sua passione per il suo lavoro?

“La mia passione per la psicologia e per la criminologia ha radici molto antiche. In casa ho sempre respirato questo interesse, perché era prima di tutto una passione di mio padre. Lui guardava sempre Un giorno in pretura, seguiva programmi legati alla cronaca nera, ci appassionavamo ai film gialli cercando insieme di individuare il colpevole, e più avanti abbiamo seguito anche Quarto Grado.

Quando ero bambina mio padre mi diceva di andare a letto mentre lui guardava Un giorno in pretura, ma io restavo dietro di lui, in silenzio, senza farmi notare, ad osservare quei processi, quelle storie, quei volti. Ero attratta da ciò che accadeva dietro un comportamento, da ciò che non era immediatamente visibile.

Questa passione, dunque, nasce lì: da una curiosità coltivata fin dall’infanzia e da un’eredità affettiva e culturale. Oggi mio padre non c’è più, ma resta il mio punto di riferimento ideale nella professione. In qualche modo, ogni volta che affronto un caso complesso, sento di portare avanti anche quella prima e autentica passione condivisa con lui.

Nel tempo, l’incontro con la psicologia clinica e forense ha dato struttura scientifica a quell’interesse iniziale. Ho compreso che non si trattava soltanto di curiosità verso il crimine, ma del bisogno profondo di comprendere l’essere umano nella sua complessità: il dolore, le fragilità, le dinamiche relazionali disfunzionali e, nei casi più gravi, i meccanismi che possono condurre alla violenza. È lì che ho capito che questa non era solo una professione, ma una responsabilità sociale”.

Cosa le piace di più del suo lavoro?

“Ciò che amo di più è la possibilità di dare voce a chi spesso resta inascoltato.
Nel lavoro clinico significa accompagnare una persona nel riconoscere le proprie ferite e trasformarle in consapevolezza. In ambito forense significa contribuire, con rigore metodologico e obiettività, a fare chiarezza in situazioni complesse, dove le dinamiche psicologiche incidono profondamente sui fatti. Mi gratifica sapere che il mio intervento può rappresentare un punto di equilibrio tra emozione e diritto, tra sofferenza e giustizia, senza mai perdere di vista l’etica professionale”.

Cosa non le piace del suo lavoro?

“Non mi piace la superficialità con cui talvolta vengono affrontati temi estremamente delicati. Non mi piace la tendenza a cercare spiegazioni semplicistiche per fenomeni che richiedono invece studio, competenza e grande preparazione.

Il nostro è un lavoro che comporta una responsabilità enorme: i messaggi che veicoliamo, soprattutto quando interveniamo pubblicamente, possono influenzare l’opinione collettiva. Se quei messaggi sono imprecisi, superficiali o distorti, si rischia di alterare il pensiero dell’opinione pubblica e di contribuire a letture fuorvianti.

Per questo credo che rigore scientifico, prudenza comunicativa e senso etico debbano sempre accompagnare chi opera in questo ambito”.

C’è un caso che più degli altri l’ha scossa? Perché?

“Da un punto di vista umano, il caso di Giulia Cecchettin mi ha profondamente colpita. Parliamo di due ragazzi, di due giovani vite che, per ragioni diverse, sono state distrutte. Dietro di loro ci sono famiglie intere travolte dal dolore. Quando la violenza esplode in relazioni così giovani, l’impatto emotivo è fortissimo, perché ci ricorda quanto sia urgente intervenire sul piano educativo e culturale.

Da un punto di vista professionale, invece, il caso di Liliana Resinovich rappresenta per me un esempio emblematico di complessità investigativa. È il caso delle “indagini eterne”. Era stato chiuso e archiviato come suicidio, ma sin dalla prima lettura degli atti avevamo rilevato incongruenze tali da far emergere l’ipotesi dell’omicidio. Ci siamo battuti – e continuiamo a batterci – perché venissero approfonditi elementi che ritenevamo fondamentali.

A distanza di oltre quattro anni, le indagini sono ancora aperte ma, nonostante la fatica e le difficoltà, non molliamo. Perché il nostro compito è cercare coerenza nei dati, anche quando il percorso è lungo e complesso”.

Le parole della psicologa clinica e forense

Nel 2026 si parla ancora troppo di femminicidio: concretamente cosa si sta facendo?

“Negli ultimi anni sono stati introdotti strumenti normativi e procedurali più incisivi, e l’attenzione istituzionale è certamente cresciuta. Tuttavia, la repressione da sola non basta.

La vera sfida è preventiva e culturale: educazione affettiva nelle scuole, formazione specialistica per operatori, potenziamento dei centri antiviolenza, percorsi strutturati per uomini autori di violenza.
Finché il controllo verrà scambiato per amore e la gelosia per passione, continueremo ad intervenire troppo tardi. È necessario un cambiamento culturale profondo che coinvolga istituzioni, professionisti e opinione pubblica”.

Qual è, in una coppia apparentemente sana, il campanello d’allarme?

“Il primo segnale non è quasi mai la violenza fisica. È il controllo.
Controllo sulle frequentazioni, sugli spostamenti, sul telefono, addirittura sul modo di essere e di stare al mondo. Svalutazioni costanti mascherate da ironia, isolamento progressivo dalla rete sociale, gelosia sproporzionata e richiesta continua di rassicurazioni.

Quando in una relazione si perde la libertà di essere se stessi per timore della reazione dell’altro, quella dinamica non è più sana. L’amore autentico non limita, non umilia e non genera paura”.

Qual è il senso della Festa dell’8 marzo per le donne?

“L’8 marzo nasce come Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, con un significato storico, sociale e politico preciso. È legata alle lotte per l’emancipazione, per il lavoro, per la dignità e per l’autodeterminazione femminile.

Personalmente, però, tendo a dare poco valore alle celebrazioni simboliche in sé. Ritengo che l’impegno non possa essere circoscritto a una data. La tutela dei diritti, il contrasto alla violenza e la promozione della parità devono essere un lavoro quotidiano.

L’impegno deve essere di tutti e ogni giorno: di noi tecnici, delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica. Ognuno, per la propria competenza e nel proprio ruolo, può fare un passo avanti concreto. È nella continuità dell’azione, non nella ritualità della ricorrenza, che si costruisce un cambiamento reale”.

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