Dagli investimenti pubblicitari da record al timore di un flop clamoroso al botteghino: ecco cosa si nasconde davvero dietro Melania, il docufilm più discusso del momento

Un budget da kolossal per un racconto intimo

Nel panorama cinematografico attuale, le cifre che ruotano attorno a “Melania”, il nuovo documentario sulla First Lady, hanno dell’incredibile. Secondo le rivelazioni di Matt Belloni su Puck, Amazon/MGM avrebbe messo sul piatto ben 35 milioni di dollari solo per la promozione. Se aggiungiamo i 40 milioni spesi per l’acquisto del titolo, arriviamo a un totale di 75 milioni di dollari. Una somma che solitamente viene riservata ai grandi film d’azione di Hollywood, non certo a un documentario, il che solleva molti dubbi sulla strategia finanziaria dietro l’operazione.

Sale dimezzate e previsioni deludenti

Nonostante la pioggia di dollari investiti nel marketing, i segnali che arrivano dai cinema non sono affatto incoraggianti. Il piano originale, che prevedeva una distribuzione capillare in oltre 2.000 sale negli Stati Uniti, è stato drasticamente ridimensionato. Le ultime notizie parlano di appena 1.400 schermi pronti a proiettare la pellicola, e c’è chi teme che il numero possa scendere ancora. Con un weekend d’apertura stimato sotto i 5 milioni di dollari, il rischio che l’investimento si trasformi in un enorme buco nell’acqua è più che concreto.

Strategia commerciale o mossa diplomatica?

Cosa spinge un colosso come Amazon a rischiare così tanto per un contenuto che sembra non avere un mercato di massa? Le teorie nel settore si dividono. Alcuni analisti suggeriscono che Jeff Bezos stia giocando una partita più ampia, cercando un punto di contatto con l‘amministrazione Trump. Altri, invece, credono che l’obiettivo sia esclusivamente lo streaming: sacrificare l’incasso al cinema per creare un enorme rumore mediatico che spinga poi gli abbonamenti a Prime Video, dove la curiosità di vedere la vita privata di Melania potrebbe generare numeri record. Intanto, la proiezione privata del docufilm, ha accolto ospiti illustri, dalla regina Rania di Giordania a Mike Tyson.

Il controverso ritorno di Brett Ratner

A rendere tutto ancora più complicato c’è la firma di Brett Ratner. Il regista, lontano dai riflettori da tempo, ha curato un’opera che molti critici americani definiscono già troppo “morbida” e priva di un reale taglio giornalistico. Prodotto dalla Muse Films, società vicina alla First Lady, il documentario sembra essere più un omaggio celebrativo che un’analisi imparziale. Con l’uscita fissata per il 30 gennaio, il pubblico dovrà decidere se premiare questa narrazione patinata o se ignorare quello che si preannuncia come uno dei “flop” più costosi e discussi della stagione 2026.