L’altra Ceuta: le donne dietro i numeri del collasso
Non solo uomini adulti: i reportage della stampa estera raccontano le storie di Dikra, Malak e Wisal tra gli oltre 50 mila migranti nell’exclave spagnola in Marocco. Intanto la città fatica a tornare alla normalità e l’Italia rafforza i controlli sugli arrivi dal Paese iberico
Da anomalia geografica sui libri di scuola a protagonista delle cronache internazionali. È il caso di Ceuta, exclave spagnola in Marocco dove venerdì 31 luglio sono entrate decine di migliaia di migranti. Oltre 50 mila, dicono le cifre diffuse dal governo iberico. C’è chi ha attraversato i varchi terrestri, qualcuno ha scavalcato e forzato le recinzioni, altri ancora sono passati dal lato del mare aggirando la struttura costiera sulla quale è installata la barriera di confine, camminando nell’acqua bassa o nuotando nei tratti più profondi. Il bilancio delle decine di morti, quasi 100, include anche donne e alcuni minori. Perché, come testimoniano le testate internazionali, non sono infatti solo uomini adulti quelli che hanno provato a entrare in Europa. Per poi essere rimandati indietro.
La determinazione di Dikra
L’Associated Press ha incontrato, per esempio, Dikra, 20 anni. Arrivata a Ceuta a nuoto insieme alla sorella minore e a un cugino, ha dormito sul marciapiede davanti alla porta di una parrocchia, che ha esaurito i posti letto, ricevendo pane e tonno in scatola dai residenti. Nonostante questo, lei non ha dubbi: «Voglio restare. Voglio andare in Spagna», ha dichiarato la giovane, che ha chiesto di non rivelare il suo cognome per motivi di sicurezza. In Marocco lavorava a Tangeri come addetta alle pulizie, una situazione da cui è voluta fuggire anche a causa del contesto familiare e di un padre alcolizzato. Nel Paese iberico, al di là dello Stretto di Gibilterra, vorrebbe iniziare una nuova vita facendo valere il proprio diploma da parrucchiera attraverso il sistema di asilo europeo.
Il trauma di Malak
«Il sudore si mescola alle lacrime sul volto di Malak, una ragazza di 14 anni con un piede fasciato», scrive invece il quotidiano El País. L’adolescente, vestita con una maglia da calcio e pantaloncini, spiega che ha slogato la caviglia mentre attraversava il confine tra la costa marocchina di Castillejos e Ceuta, camminando sugli scogli insieme al fratello Zakariyya, anche lui di 14 anni. «Voglio andare dal dottore», implora dolorante secondo quanto riportato dal giornale spagnolo. I due adolescenti, provenienti dalla cittadina costiera di Rincón (M’diq), 23 chilometri a sud dell’enclave, sono stanchi di schivare i soldati: «Siamo corsi su per la montagna per scappare e siamo caduti. I soldati ci stanno cacciando», dice lei. Raccontano di non aver mangiato nulla e di aver cercato rifugio nei centri di accoglienza per minori, ma di aver trovato solo sovraffollamento e rifiuto.
La disillusione di Wisal
Nel suo reportage, la giornalista Carmen Morán Breña ha incontrato la 23enne Wisal, che ha attraversato la frontiera insieme al marito Nabil, 30 anni, autista per Uber in Marocco. La coppia ha pagato 3 mila dirham (circa 280 euro) a un trafficante per avere le mute da sub e le indicazioni per eludere la polizia del Paese africano. Con loro, saldamente legata a un salvagente, viaggiava la figlia piccola, affetta da una grave forma d’asma. Una volta a Ceuta, hanno trovato una città paralizzata dalla psicosi collettiva, dove i negozianti hanno rifiutato di vendere loro i beni di prima necessità: «Ce ne andiamo, torniamo in Marocco», ha spiegato Wisal. «Abbiamo i soldi ma nessuno ci vende nulla, nemmeno il latte per la bambina. Ci hanno mostrato i coltelli e tirato pietre. Volevamo solo un futuro per nostra figlia», racconta la coppia.
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Il nodo più critico è quello dei minori non accompagnati
Intanto, a quattro giorni dall’ondata migratoria, la situazione in città resta fuori controllo: secondo Alberto Gaitan, assessore alla presidenza e al governo dell’amministrazione di Ceuta intervistato da Cadena SER, nell’exclave rimangono tra le tre e le cinque mila persone, mentre circa 73 mila sono già state rimpatriate. Chi rifiuta il ritorno volontario si nasconde tra le colline e le scogliere, mentre il Centro di soggiorno temporaneo (CETI) ha esaurito la capienza di 600 posti, lasciando oltre mille persone accampate all’esterno. Il nodo più critico è quello dei minori non accompagnati: ne sono stati censiti 862 a fronte di una capacità di accoglienza ufficiale di appena 29 posti, registrando un sovraffollamento del 3.000 per cento. Una gestione che le autorità locali definiscono «molto difficile», accusando il governo di Pedro Sánchez di aver fornito una risposta tardiva e insufficiente a un’emergenza via mare ampiamente prevedibile.
Il governo italiano rafforza i controlli per gli arrivi dalla Spagna
Dal canto suo, l’esecutivo italiano ha annunciato un rafforzamento dei controlli alla frontiera per gli arrivi via mare e via aerea dalla Spagna della durata di un mese: «Un’azione mirata in particolare a controllare la regolarità di circolazione dei cittadini extra UE in area Schengen», ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, aprendo un botta e risposta a livello internazionale che non sembra volersi spegnere.
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