Il 29 luglio del 1976 è una data da ricordare per l’Italia: quel giorno veniva nominata la prima ministra della storia del nostro Paese. A rompere il tetto di cristallo fu l’ex partigiana Tina Anselmi. Classe 1927, veneta d’origine, andò a occupare il dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale fino al marzo 1978, per poi passare al Ministero della Sanità. In quegli anni guidò l’approvazione di tre norme che rivoluzionarono il nostro sistema: la legge 180 per la riforma dell’assistenza psichiatrica (la legge Basaglia), l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e la legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza. Quest’ultima, firmata senza esitazioni nonostante le sue perplessità di cattolica, dimostrando un senso dello Stato e una laicità che non sempre abbiamo ritrovato nei governi successivi.

Tina Anselmi, la prima donna ministra d’Italia

La nomina di Tina Anselmi come prima donna ministra d’Italia arrivava a trent’anni esatti dalla proclamazione della Repubblica e da quel 1946 in cui le donne italiane poterono, finalmente, votare per la prima volta. Eppure, la strada verso una vera rappresentanza femminile nelle istituzioni, lo sappiamo, è rimasta lenta: sono serviti altri tre anni perché Nilde Iotti diventasse la prima Presidente della Camera e abbiamo dovuto aspettare il 2018 per vedere una donna, Maria Elisabetta Alberti Casellati, alla presidenza del Senato. La prima premier è storia ancora più recente e porta, come sappiamo, il nome di Giorgia Meloni. All’appello, ormai, manca solo il Quirinale.

Tina Anselmi, in realtà, fu più volte vicina alla carica di Presidente della Repubblica. Nel 1992 il settimanale Cuore ne sostenne la candidatura con il voto del gruppo parlamentare La Rete e quattordici anni dopo alcuni blogger lanciò una mobilitazione mediatica per spingerla al Colle. L’obiettivo era chiaro: portare al vertice dello Stato una figura che aveva esaltato il ruolo della donna nella politica e nella società attraverso l’esempio. D’altronde, tra i corridoi della politica era nota come “La Tina vagante”: così la chiamavano i suoi stessi compagni di partito per la sua totale indipendenza e imprevedibilità, sinonimo di una libertà di spirito e di giudizio che non accettava compromessi.

Quando nel 1985 il Corriere della Sera le chiese se l’Italia fosse matura per una donna Presidente, lei rispose: «Il Paese, non so… Mi chiederei piuttosto se sono matura io… Penso che sarebbe interessante dal punto di vista del costume e, soprattutto, significativo per le donne. Vede, una donna che riesce, riesce per tutte le altre». Se ne accorgeva dalle lettere che riceveva: le donne avevano bisogno di trovare in un’altra donna la prova che fare e contare era possibile.

 

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Dietro questa totale dedizione alla sfera pubblica c’era anche una scelta di assoluta libertà personale. Nonostante nella sua vita ci sia stato un grande amore – quello per Nino Arcoleo, un capo partigiano più grande di lei che morì giovane di tubercolosi – Anselmi non si sposò mai, scardinando i cliché dell’epoca e affrontando con ironia le pressioni sociali: «Mi rivolgevano sempre le stesse domande. Rimpiangevo la mia condizione di signorina? Di non aver avuto figli? Le prime volte rispondevo con ironia, poi tagliavo corto: “Lo chieda a un mio collega maschio”».
Con quella stessa determinazione, Anselmi ricordava la conquista del diritto di voto femminile come «una battaglia importante e divertente», vissuta facendo comizi e riunioni di casa in casa in un clima di straordinaria vitalità e speranza. Quella stessa energia la guidò nel sostenere la riforma del diritto di famiglia negli Anni ’70, un cambiamento voluto fortemente insieme alle altre parlamentari dell’epoca e che lei stessa definì come il passaggio fondamentale da «una visione patriarcale a una comunitaria del diritto».

Una spinta continua verso l’abbattimento delle disuguaglianze di genere che la portò, nel 1977, a firmare la storica legge per la parità di trattamento sul lavoro tra uomini e donne che pose fine a discriminazioni come il licenziamento ad nutum (senza motivazione) per le lavoratrici che raggiungevano i 55 anni. Anselmi lottò per promuovere l’occupazione femminile in anni complessi, segnati da disoccupazione e lavoro nero. La sua legge fu un primo, fondamentale passo avanti. Eppure, oggi, a quasi mezzo secolo di distanza da quella svolta e una decina d’anni dalla morte dell’ex partigiana, quelle discriminazioni e quel Gender Pay Gap che la ministra cercava di sanare restano nodi ancora drammaticamente aperti.

Questo articolo è contenuto nella rubrica Il Taccuino Viola presente nel nuovo numero di Novella 2000 in uscita il 29 luglio nelle migliori edicole.

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