Vincenzo Berti: quando l’imprenditoria sposa la passione e l’arte
Da “Miss Scuola” alla produzione di grandi eventi: la storia di un imprenditore che il 9 luglio prossimo porterà i Duran Duran a suonare a Caserta.
Siamo nel 1987: un giovane studente, insieme al suo compagno di banco, immagina di organizzare un concorso di bellezza tra le scuole superiori della provincia di Latina. Non è solo un gioco o un passatempo, ma già il segnale di una propensione verso il mondo dello spettacolo, dell’organizzazione e della relazione con il pubblico. Nasce così “Miss Scuola”, un’iniziativa che negli anni avrebbe visto emergere volti come Janira Maiello e Manuela Arcuri.
Da quell’idea sono passati quasi quarant’anni. Quel ragazzo è oggi Vincenzo Berti, uno dei principali organizzatori e produttori di eventi in Italia, fondatore dell’agenzia Ventidieci.
Vincenzo Berti, da “Miss Scuola” alla produzione di grandi eventi
La storia di Vincenzo Berti non è solo un percorso professionale, ma il racconto di come una passione, coltivata con costanza, coraggio e capacità di adattarsi, possa trasformarsi in un lavoro capace di generare emozioni per migliaia di persone.
Vincenzo, ci racconta com’è nata l’idea di trasformare una passione in professione?
«In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso: “Da oggi questa sarà la mia strada”. È stato un percorso graduale, fatto anche di dubbi e tentativi. Dopo il diploma ho seguito un percorso piuttosto tradizionale, laureandomi in Economia e commercio. Sembrava quasi naturale intraprendere la professione di commercialista. Ma dentro di me sentivo che mancava qualcosa. In parallelo agli studi, continuavo a organizzare piccole attività, eventi, occasioni d’incontro, dove potevo esprimere creatività, intuizione e mettere a frutto la mia capacità organizzativa. Poi ho vissuto un’esperienza nel marketing in una grande azienda italiana, che mi ha arricchito professionalmente fornendomi strumenti importanti nella gestione ed organizzazione del lavoro. Ma la vera svolta è arrivata nel 2001, quando con Gianluca Bonanno ho deciso di fondare Ventidieci. Da quel momento non siamo più tornati indietro. Sono passati venticinque anni, ma l’energia, la curiosità e anche un certo senso di sfida con noi stessi sono rimasti gli stessi dei primi giorni».
Ventidieci è un nome particolare.
«Per noi ha un significato molto profondo e un valore quasi simbolico. Credo che nella vita esista una sorta di disegno che lega persone ed eventi. Io e il mio socio ci siamo conosciuti a scuola, ma la cosa davvero sorprendente è che siamo nati entrambi il 20 ottobre 1969. Da qui nasce “Ventidieci”. Non è solo una data: è un segno che abbiamo sempre interpretato come qualcosa che ci legava in modo speciale, come se il percorso che stavamo costruendo fosse, in qualche modo, già scritto. È un nome che ci ricorda da dove veniamo e, allo stesso tempo, ci spinge a continuare a guardare avanti con la stessa spensieratezza dei nostri vent’anni e con quel guizzo di “cazzimma” in più’ dettato dall’esperienza».
Siete partiti da Latina e ora siete ai massimi livelli italiani. Non deve essere stato facile.
«Per niente. Anzi, è stato un percorso pieno di ostacoli. All’inizio non avevamo contatti né credibilità nel settore. Dovevamo costruirci tutto da zero: fiducia, relazioni, reputazione. E questo significa affrontare rifiuti, silenzi, porte chiuse. Ci sono stati momenti in cui sembrava davvero difficile andare avanti. Ma proprio lì abbiamo capito una cosa fondamentale: o molli, oppure trasformi quelle difficoltà in motivazione. Noi abbiamo scelto la seconda strada. Abbiamo continuato a lavorare, a proporre, a credere nelle nostre idee. E oggi, forse proprio per questo, sentiamo anche una responsabilità: quella di dare opportunità ai giovani. Perché sappiamo cosa significa bussare e non ricevere risposta».
Avete lavorato con i più importanti artisti italiani e internazionali. Chi portate nel cuore?
«Ogni artista con cui abbiamo lavorato ci ha lasciato qualcosa, dal punto di vista professionale e umano. Questo lavoro è un continuo scambio che ti aiuta a crescere e migliorarti. Ma se devo pensare a qualcuno in particolare, non posso non citare Gigi Proietti. Da lui abbiamo imparato il valore dell’umiltà, quella vera, che appartiene solo ai grandi. Nonostante una carriera straordinaria, si emozionava ogni volta prima di salire sul palco, come fosse la prima volta. Aveva un rispetto profondo per il pubblico e per il teatro, qualità che oggi, purtroppo, molti giovani artisti rischiano di perdere. Poi abbiamo vissuto esperienze incredibili con Leonard Cohen, Sting, Santana, Paolo Conte, Franco Battiato e gli Spandau Ballet. Ognuno di loro ci ha lasciato qualcosa che va oltre lo show».

Quali show state portando in scena?
«Oggi siamo presenti su tutto il territorio nazionale con una rete molto articolata e questo ci permette di proporre spettacoli molto diversi tra loro. Ad esempio, Pablo Trincia sta ottenendo risultati straordinari con un racconto sulla malagiustizia, mentre Carolina Benvenga rappresenta un fenomeno unico nel mondo dei bambini, tanto da essere definita la “Vasco Rossi” dei più piccoli. Poi ci sono i tour di artisti come Edoardo Leo e Luca Argentero, in collaborazione con Stefano Francioni Produzioni, e tanti altri progetti che ci permettono di parlare a pubblici diversi, ma con un filo conduttore chiaro: la qualità».
Ultimamente c’è un ritorno agli anni ’80 e ’90. Come mai?
«Lo vedo come un bisogno autentico di ritrovare emozioni che lasciano il segno. Gli anni ’80 e ’90 hanno rappresentato un periodo in cui la musica e gli spettacoli riuscivano a creare un legame molto forte con il pubblico, fatto di partecipazione, condivisione e memoria. Le persone cercano questo: momenti reali da vivere davvero, da ricordare, da condividere soprattutto con le persone care c’ e voglia di condivisione che non sia solo social».