“So perché mi è venuto il cancro”, Concita De Gregorio racconta la malattia
Concita De Gregorio, malattia e “La cura”: il racconto della fragilità tra relazioni umane e responsabilità collettiva.
Nel nuovo libro “La cura”, Concita De Gregorio affronta il tema della malattia e della fragilità umana andando oltre il racconto personale. Attraverso la sua esperienza e quella delle persone incontrate nel percorso di cura, l’autrice trasforma la malattia in una riflessione più ampia su relazione, società e senso del vivere. La “cura” diventa così non solo un tema medico, ma una chiave per leggere il legame profondo tra gli individui e il valore della presenza umana nei momenti di difficoltà.
Concita De Gregorio, oltre la malattia: un racconto di relazione e senso del vivere
Negli ultimi anni la parola “cura” è stata spesso svuotata, trasformata in un termine generico o in uno slogan privo di radici concrete. Nel nuovo libro di Concita De Gregorio, “La cura” (Einaudi, in uscita il 5 maggio), questa parola torna invece a essere centrale, concreta, quasi necessaria. Non è un’idea astratta, ma un gesto che riguarda il modo in cui si vive e si attraversa il mondo, con gli altri. Il punto di partenza è una consapevolezza semplice ma radicale: “non esiste esistenza che possa prescindere dall’altro”. La cura, quindi, non è accessoria, ma costitutiva dell’umano.
In questa direzione il libro assume anche un valore politico, perché — come viene esplicitato nell’intervista a Vanity Fair— “tutto è politica: ogni gesto, ogni scelta nella vita privata, ogni decisione che prendiamo è parte della vita della comunità”. La dimensione personale e quella collettiva non sono separabili, ma si intrecciano continuamente.
Concita De Gregorio, la malattia e “La Cura”: una sinfonia di voci tra ospedali, persone e quotidianità
Il cuore del libro non è la malattia in sé, ma ciò che le ruota attorno: persone, incontri, relazioni. La protagonista, una donna che in pieno agosto prepara per i figli una lettera di istruzioni quotidiane prima di un’assenza forzata, rappresenta un amore che tenta di tenere insieme il quotidiano anche dentro l’incertezza.
La narrazione si sviluppa come una vera “sinfonia di voci”, dove entrano medici, infermieri, pazienti e sconosciuti incontrati nei corridoi degli ospedali. In questo universo umano emergono dettagli concreti: infermieri che cantano le canzoni preferite dei pazienti, gesti minimi che diventano strumenti di relazione, o la presenza costante di chi sa ascoltare prima ancora di curare.
Non è un diario clinico né una cronaca del dolore, ma un racconto che sposta continuamente il baricentro verso l’umano. La sofferenza non viene negata, ma attraversata con un’altra consapevolezza: “serve allegria”, scrive l’autrice, intendendo la leggerezza come forza necessaria per restare in vita dentro la fragilità. E ancora: “il lavoro cura, il teatro cura, il mare cura”, a indicare che la guarigione non passa solo dai farmaci, ma anche dai luoghi, dalle relazioni e dall’esperienza condivisa.
Contro la retorica della “lotta”: il linguaggio della malattia secondo Concita De Gregorio
Uno degli aspetti più forti del libro è la trasformazione della cura in una responsabilità collettiva. Non riguarda solo il singolo paziente o il sistema sanitario, ma l’intero tessuto sociale. In questa prospettiva, la vera questione non è la “lotta” individuale contro la malattia, ma il contesto in cui quella malattia viene affrontata. Per questo viene sottolineato a Vanity Fair che “l’unica vera battaglia è quella sull’investimento nella ricerca, nella sanità pubblica”, mentre la retorica della “lotta” personale viene rifiutata perché riduttiva.
Concita De Gregorio mette in discussione anche il linguaggio con cui si parla di cancro, criticando l’idea di combattimento: “tutta la retorica bellica è assurda. Con chi dovremmo combattere? Contro il nostro stesso corpo”. Allo stesso modo viene rifiutata la narrativa del “dono”, che rischia di trasformare la sofferenza in un’idealizzazione: “No: non è stato un dono. Me lo sarei evitato molto volentieri”.
Al centro resta invece una visione più concreta e umana della cura: “il farmaco più forte che esiste è l’amore”. Non come formula retorica, ma come constatazione: “le persone disamate guariscono più difficilmente, più lentamente”. La relazione, in tutte le sue forme, diventa così la vera infrastruttura della vita.
Una lezione sul “noi”: la cura come orizzonte condiviso secondo Concita De Gregorio
Il libro affronta anche il tema della fragilità senza edulcorazioni. La malattia non viene interpretata come eccezione, ma come parte possibile dell’esperienza umana. In questo senso, la sofferenza non è separata dalla vita, ma dentro di essa. La protagonista racconta una condizione fatta di stanchezza, memoria che si indebolisce e parole che a volte sfuggono, ma anche di una consapevolezza lucida del presente. Eppure, nonostante tutto, resta una direzione chiara: la cura passa dalla relazione e dalla presenza. Non a caso viene ribadito che “prendersi cura degli altri è forse l’unico modo autentico per salvare anche se stessi”. È in questo scambio continuo tra sé e l’altro che si costruisce un senso possibile, anche dentro la fragilità.
In definitiva, “La cura” non è solo un libro sulla malattia, ma una riflessione ampia sulla vita, sulle relazioni e sulla società. Un invito a spostare lo sguardo dall’individuo isolato al “noi”, dove la cura non è eccezione, ma condizione fondamentale dell’esistenza.