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Emma Bonino: «Non siamo panda, siamo esseri umani»
Omaggiamo la fondatrice di +Europa, scomparsa l’11 settembre 2026, nell’intervista che ha rilasciato a Novella 2000 lo scorso 30 giugno, dove ricordava l’importanza della libertà, una conquista da difendere ogni giorno.
«A livello di diritti abbiamo conquistato traguardi importanti ma ora si tratta di difenderli. Mai illudersi che saranno lì per sempre. Vanno curati e difesi». Questa è una delle frasi che ogni volta che penso a Emma Bonino mi torna alla mente. A qualcuno queste parole possono sembrare esagerate, ma la storia ci ha dimostrato quanto la fondatrice ed ex presidente di +Europa, ex commissaria del Parlamento europeo, già ministra con Romano Prodi ed Enrico Letta, senatrice e parlamentare per una vita, abbia ragione. Quando le chiedo quali siano i diritti che vede vacillare nell’Italia del 2026, lei che, tra le tante cose, si è battuta contro la fame, le mine antiuomo, la pena di morte, le mutilazioni genitali femminili non ci gira tanto intorno: «Il governo Meloni ha fatto ingranare al nostro Paese una decisa marcia indietro». Bonino si riferisce all’aborto, alla fecondazione assistita, al fine vita: «Al Senato è in discussione una legge targata centrodestra che non rispetta nemmeno i paletti fissati della Corte Costituzionale nella famosa sentenza Cappato/Dj Fabo».
A rischio, però, ci sarebbe anche la stessa democrazia: «Il progetto di riforma del sistema elettorale che stanno cucinando è una totale deformazione: viene attribuito un premio di maggioranza spropositato che trasforma una minoranza nel Paese in una maggioranza schiacciante nelle Camere», avverte. Non solo: «Gli elettori avranno sempre meno possibilità di scelta dei propri rappresentanti a causa dei listini bloccati modello porcellum. Tutto questo in un momento in cui il Parlamento è stato trasformato in passacarte di Palazzo Chigi con il governo che abusa dei voti di fiducia e della decretazione d’urgenza». La legge elettorale è finita anche nel mirino della deputata Laura Ravetto – di Futuro nazionale – il partito del generale Roberto Vannacci – che con un emendamento punta a limitare o, addirittura, a superare le quote rosa, in nome del puro “merito”. Quote rosa che nemmeno a Bonino sono mai piaciute: «Le donne dovrebbero avanzare per le loro capacità. D’altro canto, però, in una società maschilista, ne riconosco l’utilità pratica come strumento di riequilibrio. In un Paese che non riesce a darci spazio, dirsi solo favorevoli al merito non credo sia un’opzione praticabile». Superarle «sarebbe il segnale che finalmente c’è stata quella svolta culturale che chiedo da tempo e che dovrebbe partire dalle scuole con programmi di educazione affettiva e sessuale e con il riconoscimento vero delle abilità e competenze delle donne».
Rimaniamo sul tema della rappresentanza. L’Italia ha finalmente una Presidente del Consiglio donna, Giorgia Meloni. Una svolta che, a detta di molti, non sembra essersi tradotta automaticamente in politiche incisive per le cittadine.
Dico sempre che le donne devono farsi trovare unite nella battaglia sui diritti e sulle parità, ma non aspettiamoci di trovare al nostro fianco tutte le donne. Meloni ne è un esempio: le Regioni governate da Fratelli d’Italia sono tra quelle in cui l’accesso al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è maggiormente negato; dunque, non mi aspettavo che da Palazzo Chigi arrivasse un segnale in questo senso. Mi stupisce però che chi, come Meloni, usa il tema della famiglia tradizionale per propaganda, poi non faccia nulla per aiutare le donne che mettono su famiglia.
Dove si poteva agire meglio?
Dagli asili nido alla parità salariale. Mi sarei aspettata di più sulle politiche per la maternità e, soprattutto, per l’infanzia. Bisogna consentire alle donne di conciliare famiglia e lavoro, non dovendo essere più costrette a rinunciare all’una o all’altro. Anche qui, come sull’aborto, bisognerebbe garantire il diritto di essere libere di scegliere.
Elly Schlein, leader del Partito Democratico, si dimostra più attenta a queste tematiche, ma non è al governo. È più facile farlo dall’opposizione?
Non lo so, ma di sicuro Meloni non sta facendo nulla.
Dal punto di vista politico, cosa ammira in una e cosa nell’altra?
Entrambe sono riuscite a farsi largo in un mondo di uomini come quello della politica dove le donne troppo spesso vengono utilizzate come figurine, dove assistiamo al triste gioco di promuovere le figure femminili salvo poi rimuoverle dalle decisioni che contano. Meloni e Schlein sono riuscite a sedersi in poltrone che finora erano solo appannaggio di volti maschili. Questo è un loro merito. Ovviamente in Italia è una novità, altrove, in Europa e nel mondo, è ormai assodato.
Su cosa invece le boccia?
Come dicevo prima, Meloni si riempie la bocca della parola famiglia, ma non fa nulla per chi si fa poi davvero carico della famiglia, ovvero le donne. A Schlein chiedo invece di fuggire dalla retorica del femminismo fine a se stesso.
Sul femminismo ci torniamo a breve. Prima, però, ho una curiosità. Lei che è in politica da così tanti anni, come si spiega perché non si è ancora riusciti a raggiungere importanti obiettivi, perlomeno a livello legislativo. Su tematiche come rappresentanza, occupazione, maternità e violenza di genere? Confrontando le opinioni dei diversi partiti sembra che quasi tutti vogliano le stesse cose.
Sa, i diritti sono belli da mettere nei programmi elettorali.
Ma?
Poi sono difficili da realizzare e si scontrano, nel caso delle donne, ad esempio, con un mondo ancora costruito a immagine e somiglianza degli uomini.
Eccoci pronti a parlare di femminismo. Quando si pronuncia questa parola in Italia non si può non pensare a lei. Come si è evoluto negli anni?
Passi avanti ne sono stati fatti, ma ho come l’impressione che si sia trattato di una marcia compiuta su di un terreno argilloso e friabile, dove le radici dei diritti delle donne non hanno ben attecchito.
Colpa delle donne?
A loro non do colpe. Come dicevo prima hanno dovuto fare breccia in un mondo dominato dagli uomini: nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, ovunque. È proprio da loro che dovrebbe partire un cambio di mentalità.
Cosa possiamo fare, anche nel nostro piccolo?
Quando fu uccisa Giulia Cecchettin chiesi, inascoltata, agli uomini di scendere in piazza: siete voi che dovete dire no alla violenza di genere e diffondere il messaggio tra amici, conoscenti e colleghi.
Servirebbe a rendere il pensiero femminista davvero mainstream?
Non so se possa o debba diventare maggioritario. Sono però certa che a dover diventare mainstream sia il rispetto dell’altro in una relazione.
Da dove iniziamo?
Intanto dall’educazione sessuo-affettiva fin dalle scuole.
Il concetto di “sorellanza” viene spesso idealizzato. Lei prima diceva che le donne devono farsi trovare unite nelle loro battaglie. Riassumiamo quelle che, secondo lei, sono prioritarie.
La lotta al concetto proprietario che molti uomini hanno delle donne e del loro corpo, per cui hanno la pretesa di decidere se puoi abortire, se puoi fare carriera, se puoi guadagnare come il tuo collega maschio a parità di mansioni, quali abiti indossare e come indossarli. In alcune civiltà decidono anche con chi devi fare l’amore, a che età sposarti o praticare le mutilazioni dei genitali femminili. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo fuggire dalla mentalità della specie protetta. Non siamo panda, siamo esseri umani.
Lei e +Europa sostenete la necessità della nascita degli Stati Uniti d’Europa. Alcuni Paesi membri, però, sono molto indietro su alcuni dei diritti di cui abbiamo parlato finora.
Gli Stati Uniti d’Europa non avrebbero solo vantaggi politici immediati come istituzioni europee più snelle con meno burocrazia, un bilancio, una politica estera, di sicurezza e di difesa comuni, e una armonizzazione dei regimi fiscali. Porterebbero anche a diritti comuni e, come sempre avviene, il punto di riferimento sarebbero i Paesi più avanzati, non certo quelli più retrogradi.
L’uscita di scena di Viktor Orbán in Ungheria ha cambiato qualcosa?
Che quel fronte che più si opponeva a un miglioramento dei diritti in tutta l’Unione si è indebolito. Il guaio è che ora i capifila dei Paesi bigotti siamo diventati noi.
Passiamo alla guerra in Iran.
Donald Trump ha gestito questa vicenda malissimo e ha paradossalmente dato più potere al regime criminale degli Ayatollah. I risultati per lui e per l’Occidente sono zero, anzi.
Addirittura?
Il mondo uscirà da questo conflitto peggio di come ci era entrato, sia a livello di stabilità dell’area, sia dal punto di vista delle economie mondiali. Sarà difficile, se non impossibile, tornare a come era prima.
A proposito di quello che c’era prima, l’impressione è che la condizione delle donne in quel Paese del Medio Oriente sia diventato un argomento di propaganda per alcuni partiti politici che non se ne erano mai occupati. Oggi, a guerra finita, è cambiato qualcosa per le iraniane?
Questo è un altro motivo che mi fa giudicare come fallimentare la guerra di Trump. Il regime teocratico iraniano continua a impiccare i dissidenti e a incarcerare e giustiziare le donne che si ribellano. Anzi, sembra che la repressione sia addirittura aumentata.
La disastrosa Era Trump negli Stati Uniti aprirà le porte finalmente a una donna alla Casa Bianca?
Io credo che gli americani debbano sanare i tanti guai, economici e sociali, creati dal tycoon. Non so se gli Usa siano pronti a una presidente donna, finora sia Hillary Clinton che Kamala Harris sono state sconfitte proprio da un uomo che, durante entrambe le campagne elettorali, ha dato fondo al peggior repertorio sessista e maschilista. Eppure, è stato premiato…
Uno dei temi tanto cari al presidente degli Stati Uniti è la sicurezza. Anche le nostre destre ne parlano costantemente. L’opposizione sembra, invece, più silenziosa sull’argomento.
Questo mito secondo cui solo la destra si occupa di sicurezza va sfatato. Guardi l’Italia di oggi: c’è un governo di destra e il Paese non è mai stato così insicuro.
Insomma, ne parlano, ma alla prova dei fatti non fanno nulla?
La violenza nelle città è aumentata e cosa fa il governo? Dà la colpa ai sindaci. Mi pare il colmo. Per Meloni e Salvini questo è il fallimento più grande e clamoroso. E la cosa più odiosa è che mettono le forze dell’ordine, a cui dicono di tenere tanto, in costante pericolo. Sono però tanto bravi a mettere i carri armati nelle stazioni: ma pensano che gli italiani siano stupidi?
Lei ha una soluzione al problema?
Regolarizzare le centinaia di migliaia di irregolari. Solo in questo modo le comunità in Italia potranno sentirsi parte del sistema e del Paese e contribuire. Non di certo con la ghettizzazione o lo sfruttamento. Senza alcun reale accesso ai servizi pubblici.
La sicurezza è anche quella che una donna dovrebbe avere sui mezzi di trasporto. Il caso delle chat sessiste dei dipendenti Atm a Milano, però, non sembra avere smosso particolarmente il mondo della politica che spesso cavalca la cronaca.
Oramai si è instillata la convinzione che delle foto del corpo delle donne (del solo corpo già lo si faceva) si possa fare tutto ciò che si vuole. Ma c’è una cosa che sfugge ai maschietti che commentano con insulti le donne ritratte in quelle foto.
Cosa?
Che senza consenso delle dirette interessate non si può fare! Questa vicenda è il ritratto di una società machista in cui il maschio pensa di poter fare e dire tutto. Per questo parlo della necessità improrogabile di educare al rispetto e al consenso.
Il rispetto non sempre è presente nemmeno nel mondo della politica. Non pensa che, a volte, lo scontro assuma toni gratuitamente duri?
È, purtroppo, la politica dei social, che cerca il facile consenso urlato e penalizza il dialogo. Non mi sembra che però questo modo di fare stia portando benefici al Paese. Anzi.
Le sue alleanze trasversali sono finite nel mirino dell’opinione pubblica. Le rivendica o qualcosa è stato un eccesso di realpolitik?
Io faccio battaglie politiche e le faccio con chi le condivide. È quello che ho imparato da Marco Pannella. Per me l’importante è il risultato e far progredire il Paese.
Una sua citazione che mi ha molto colpito è: «La libertà di scelta non è sinonimo di felicità, a volte scegliere è molto doloroso e molto difficile» (Vanity Fair 2020). Per lei la libertà di scelta è stata più sinonimo di felicità o di sofferenza?
La mia esperienza politica nasce da un dolore: quello di aver dovuto abortire. A rendere questo dolore ancora più profondo è stato il fatto che ho dovuto farlo in clandestinità. Lì ho deciso che nessuna donna avrebbe più dovuto vivere la stessa umiliazione che ho vissuto io in prima persona e che ogni donna avrebbe dovuto avere non solo la libertà, ma anche, la possibilità di scegliere in piena legalità e, soprattutto, al sicuro. Oltre a questo, basti immaginare quanto possa essere difficile decidere di intraprendere un percorso difficile, lungo e doloroso che porti all’eutanasia. O per una coppia di donne voler accedere alla PMA e non poterlo fare in Italia. Sono tutti esempi pratici di scelte sofferte, ma ciò dovrebbe anzi spingere il Parlamento a legiferare per rendere queste scelte legali.
Le sue battaglie sono state e sono fonte di ispirazione per molte persone nel nostro Paese. Chi era invece il suo modello?
Ho iniziato a fare politica con Marco Pannella, Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia. Non saprei dire se sono stati il mio modello, ma, sicuramente, mi hanno insegnato il metodo radicale.
Che consiglio darebbe alla Emma Bonino che negli Anni ’70 si affacciava al mondo della politica?
Non saprei. Probabilmente, di informarsi di più della politica ancor prima che una scelta personale faccia della politica la tua scelta di vita.
E a una giovane che si appresta a farlo oggi?
Lo stesso. Di studiare e prepararsi. Non ci si improvvisa in politica, per quanto molti personaggi lascerebbero pensare il contrario.
«Il mio corpo ha detto: “Per anni ti sei fottuta di me alla grande? Adesso sono al centro dei tuoi pensieri”. Proprio una vendetta», ha detto riguardo al tumore che l’ha colpita. Si arriva ad accettare la malattia o, sotto sotto, rimane un senso di frustrazione e rabbia?
Come ho avuto modo di dire: io non sono stata il mio cancro e voi non siete la vostra patologia. Siamo persone e dobbiamo sforzarci di vivere libere fino alla fine. La malattia non va accettata ma battuta, per quanto possibile.
Di cosa ha paura oggi Emma Bonino?
Non ho mai temuto nulla e ciò che mi spaventava lo combattevo. A volte ho vinto, a volte ho perso. Ma non mi sono mai fatta intimorire e non comincerò ad avere paura ora.
Questa è l’intervista integrale a Emma Bonino uscita sul numero 14 di Novella 2000. La politica e attivista è stata ospite della rubrica Novella Politica e ripubblicare le sue parole è stato il nostro omaggio per lei.
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