Ellen Burstyn, il Leone d’Oro alla Carriera celebra l’attrice che ha cambiato il modo di raccontare le donne al cinema
Questa artista non ha soltanto interpretato grandi personaggi: ha contribuito a cambiare il modo in cui il cinema guarda all’universo femminile.
Il Leone d’Oro alla Carriera della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia va a Ellen Burstyn, una delle interpreti più straordinarie della storia del cinema americano. La decisione della Biennale rende omaggio a un’artista che, in oltre sessant’anni di carriera, ha trasformato ogni personaggio in un ritratto autentico della complessità umana, contribuendo a ridefinire la rappresentazione femminile sul grande schermo.
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Burstyn, Leone d’Oro e una carriera all’insegna del Girl Power
Accettando la prestigiosa offerta della manifestazione, Burstyn ha espresso tutta la sua emozione con parole semplici e sincere: «Wow! Non solo ho la possibilità di viaggiare in una delle mie città preferite in assoluto in tutto il mondo… ma me ne torno a casa stringendo tra le braccia un Leone d’Oro! Mi sento così onorata, così felice, così piena di gratitudine!». Un entusiasmo che racconta il legame speciale dell’attrice con Venezia e con il cinema che continua a celebrare la sua eredità.
Nata nel 1932 a Detroit, Ellen Burstyn arriva al successo negli Anni ’70, il decennio che segna una svolta nella rappresentazione delle donne a Hollywood. Dopo la candidatura all’Oscar per L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show, 1971), conquista il pubblico internazionale con L’esorcista (1973), dove interpreta Chris MacNeil, madre della giovane Regan, in una delle performance più intense della storia del cinema horror. Il riconoscimento più importante arriva nel 1975 con l’Oscar come Miglior Attrice per Alice non abita più qui di Martin Scorsese. Alice è una donna che, rimasta vedova, cerca di ricostruire la propria vita lavorando e crescendo da sola il figlio. Un personaggio lontano dagli stereotipi femminili dell’epoca e diventato un simbolo di emancipazione.

Non è un caso che, parlando del film molti anni dopo, Burstyn abbia spiegato quale fosse il suo obiettivo: «Volevo che fosse un film su una donna simile alle donne che conoscevo, e anche a me stessa: donne che lavorano e crescono un figlio da sole.» Una dichiarazione che sintetizza la sua idea di cinema: raccontare donne vere, con le loro contraddizioni, la loro forza e la loro vulnerabilità. Quella ricerca l’ha accompagnata per tutta la carriera. In un’intervista al Guardian del 2018 ha raccontato senza mezzi termini perché sentisse il bisogno di interpretare personaggi femminili diversi da quelli che Hollywood proponeva: «Le donne erano o cattive, o mogli che restavano a casa mentre i mariti andavano a salvare il mondo. Oppure prostitute. Oppure vittime.» Per questo, spiegava, il suo desiderio era semplice ma rivoluzionario: «Volevo raccontare donne come eroine, perché è questo che sono.»
La filmografia e i riconoscimenti
Questa visione attraversa tutta la sua filmografia. Da Resurrection, che le vale un’altra candidatura all’Oscar, fino alla straordinaria interpretazione di Sara Goldfarb in Requiem for a Dream, probabilmente una delle prove attoriali più devastanti degli ultimi decenni. E ancora Interstellar di Christopher Nolan, dove dà volto alla Murph anziana, trasformando poche scene in un momento di grande intensità emotiva. In carriera Burstyn ha ottenuto sei candidature agli Oscar, oltre a Emmy, Tony e numerosi altri riconoscimenti, entrando nel ristretto gruppo degli interpreti premiati nei tre principali ambiti dello spettacolo americano.

Il suo approccio alla recitazione è sempre stato guidato dalla ricerca della verità. Ricordando un consiglio ricevuto agli inizi della carriera, ha raccontato: «Limitati a pensare i pensieri del personaggio e la macchina da presa leggerà la tua mente.» Una filosofia che spiega la naturalezza delle sue interpretazioni, costruite più sull’ascolto e sull’interiorità che sull’esibizione. Fondamentale, nel suo percorso artistico, è stato anche l’Actors Studio, di cui è stata presidente. «È la mia casa creativa. E semplicemente non sarei la persona che sono, né l’attrice che sono, senza questo posto», ha dichiarato nel 2021. Un’affermazione che racconta il profondo legame con il metodo e con una concezione della recitazione come continua ricerca personale.
Anche fuori dal set, Burstyn ha sempre difeso l’indipendenza femminile. Riflettendo sul cambiamento culturale degli Anni ’70, ha osservato: «Le donne potevano dire: “È la mia vita, non la vita di un uomo che io sto semplicemente aiutando a realizzare.”» Una frase che riassume non solo un’epoca, ma anche il senso della sua intera carriera. Il Leone d’Oro alla Carriera arriva così come il riconoscimento naturale di un percorso artistico unico. Perché questa artista non ha soltanto interpretato grandi personaggi: ha contribuito a cambiare il modo in cui il cinema guarda alle donne, dimostrando che la complessità, la fragilità e il coraggio possono convivere nello stesso volto. Ed è forse questa la sua eredità più preziosa.