Pride, su Novella 2000 una testimonianza che fa riflettere
Nella rubrica ‘Il taccuino arcobaleno’, contenuta nella rivista in edicola, il percorso verso un coming out e una nuova vita.
Pubblichiamo per intero ‘Orgoglio e Pregiudizio‘, titolo della rubrica ‘Il taccuino viola’ che in occasione del mese del Pride è stata ribattezzata ‘Taccuino Arcobaleno’, contenuta nel numero di Novella 2000 attualmente in edicola:
«Conoscevo un bambino che viveva in provincia. Erano i primissimi Anni ’90. Gli piaceva giocare con le bambole. O, meglio, anche con le bambole. A casa ne aveva diverse, insieme ad altrettante macchinine. I suoi genitori non facevano i salti di gioia per questa sua peculiarità. Comprensibile. Ma i nonni lo viziavano. Un giorno le suore dell’asilo che frequentava chiamarono la mamma: «Se non gli levate le Barbie, diventerà omosessuale da grande», o qualcosa del genere. Ecco che tutte le sue compagne di giochi sparirono. Poco male. Quel bimbo aveva tante amiche e cugine. Si poteva continuare a giocare altrove e, perché no, se le suore non vedevano, anche all’asilo.
Lui, forse già all’epoca, trovava belle le sue compagne, ma anche i suoi compagni. La cosa non lo disturbava particolarmente, ma una vocina interna gli suggeriva: «Meglio che te ne stai zitto». Crescendo, qualcuno l’ha preso in giro. Nulla di che. Il bullismo è altro. Per superbia, snobismo e una buona dose di stronzaggine, lui non si sentiva ferito. «Beh, è come quando mi dicono che ho gli occhi azzurri. È un dato di fatto». Gli spiaceva solo che, magari, i suoi amici potessero sentirsi imbarazzati o che, se la voce fosse arrivata a casa, la sua famiglia potesse rimanerci male.
Certo, non faceva nulla per mischiarsi alla massa: era l’unico che non giocava a calcio, ma suonava il pianoforte. Non voleva fare l’idraulico, l’elettricista, ma voleva fare la popstar e girare il mondo. Ogni tanto, è vero, si sentiva perso: non si ritrovava in quei, pochi, gay che vedeva alla tv o al cinema. E nei tanti libri che leggeva gli omosessuali e i bisessuali erano inesistenti.
Gli anni, le fidanzatine, gli amori immaginati passavano. Arrivò, quindi, il momento di lasciare la provincia per la grande città. «Vediamo che succede ora che sono libero», pensava. Successe che arrivò il primo fidanzato, la prima convivenza. Tutto di nascosto (una scocciatura logistica enorme). Non lo sapeva nessuno. O, meglio, nessuno chiedeva. Poi un giorno sua nonna a bruciapelo: «Sei fidanzato con lui?». Momento di silenzio. «Tutto sommato sì», rispose lui dopo aver bevuto un sorso.
La signora, classe 1932, non si scompose: «Sembra un bravo ragazzo, ma secondo me ti annoierà: non è adatto a te». I due non tornarono più sull’argomento, se non anni dopo. «È finita vero? Che t’avevo detto?». Il bambino – che ormai era diventato un 27enne – è certo che la nonna si sia portata questa storia nella tomba. Forse perché voleva tutelarlo dai pettegolezzi, forse perché un po’ si vergognava, forse perché un po’ si sentiva in colpa per le bambole di fine Anni ’80 (ma era troppo intelligente per credere davvero al cantante dei piccioni).
Nella testa del bimbo a cui piaceva giocare con le Barbie c’era il progetto di dirlo a tutti presentando il prossimo malcapitato come fidanzato, come fosse la cosa più normale del mondo. Quell’occasione non arrivò così in fretta. Non era iscritto alle app di dating, non frequentava locali queer friendly. Sai quante nuove conoscenze! Così, nella bollente estate prima della pandemia, l’ormai 32enne lo disse a tutte le persone che facevano parte della sua vita. Nel giro di dieci giorni esatti.
Erano quasi appuntamenti di lavoro. I primi davvero difficili. A volte erano gruppetti di persone. Gli annunci che temeva di più erano quelli alla famiglia e agli amici maschi etero. Vedere che nessuno si scomponeva lo motivava a farlo. Qualcuno l’ha buttata sul ridere: «Ma va? Non me n’ero accorto». Altri rispondevano: «Finalmente, quanto altro tempo volevi aspettare?».
Solo due reazioni furono un po’ difficili da gestire. Una persona, a caldo, si dimostrò molto dispiaciuta: «Gli anni che abbiamo condiviso erano basati su un’omissione». Aveva ragione. «Ma sei sicuro che non sia uno dei tuoi tanti capricci momentanei?», chiese, invece, l’altra. «Sai che bel capriccio vivere in una condizione che non mi permetterà di avere figli», pensò e, forse, disse lui con una punta di rabbia.
Dopo la tempesta, però la libertà di potersi confidare con gli amici e le amiche finalmente. Di non essere quello che dice e non dice. Un campione olimpionico di evasione di discorsi già evasivi per la delicatezza altrui. O che, nel caso, parla solo di lavoro. Il bambino che giocava con le bambole era, finalmente, diventato adulto per davvero. «Avrei dovuto farlo minimo 15 anni fa», si rimproverava lui. Che il Pride l’aveva, ovviamente, sempre evitato come la peste. Ci si era ritrovato in mezzo con un po’ di imbarazzo durante qualche viaggio per il suo compleanno (che cade nelle settimane in cui vengono organizzate le parate).
Si sentiva troppo osservato, probabilmente la classica paranoia di chi ha qualcosa da nascondere. «Non mi rappresentano», pensava guardando le immagini che tg e media diffondono in quei giorni. «Andiamo al Pride? Lo scorso anno ci ho portato il mio bambino. È stato bello», gli propose un amico eterosessuale dopo il coming out. «Ma no, non è il mio. Fa caldo. E poi, perché dovrei essere orgoglioso delle persone con cui vado a letto? Ho un pessimo gusto», provò a sdrammatizzare. Tutto vero.
Erano previsti 38 gradi quel sabato. E, soprattutto, l’ex bambino a cui avevano rubato le bambole pensava (e pensa): «L’unico motivo per cui una persona che non fa parte della mia cerchia può essere interessata alla mia sessualità è che ci vuole provare». Sappiamo bene che questo, però, succede solo in un mondo ideale: c’è tanta gente vuole infilarsi nei letti (per non dire altro) degli altri, guardare, sfrugugliare, mettersi in cattedra.
L’amico insisteva, manco fosse il pr del Pride, e alla fine lo convinse. Quello che sorprese l’allora 35enne era quante persone eterosessuali fossero all’interno di quella folla che sudava sotto il sole. E, soprattutto, il numero di bambini con occhialetti, magliettine, palloncini rainbow presenti a quella festa. Sembrava un po’ un Carnevale, un po’ una discoteca a cielo aperto, un po’ un comizio sui diritti che poi diventava un concertone.
Beh, quella sera fu uno degli ultimi a lasciare la piazza. E da quel momento, ogni anno, un giro se lo fa sempre con tanta curiosità per quelle famiglie “tradizionali” che decidono di esserci, per stare con gli amici etero o gay che siano, ascoltare i discorsi dal palco (alcuni interessantissimi, altri di una retorica imbarazzante), godersi lo show finale e, perché no, fare nuove conoscenze.
Quel bambino ero io. Questa storia come tante è il mio contributo alla causa dopo tanti anni di pregiudizio senza orgoglio. Senza Pride».
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